
Il Novecento del rosso e del nero
di Geraldina Colotti
Uccidere Walter Audisio. Nella Roma dei primi anni ´50, ancora intrisa di un fascismo difficile da sradicare, la nuova leva di squadristi e picchiatori si allena nelle palestre di pugilato di Colle Oppio, e cresce con l´ossessione di uccidere chi ha ammazzato Mussolini.
A eseguire la sentenza per ordine del Pci, a fine aprile ´45, è stata la squadra del comandante partigiano Walter Audisio, «il colonnello Valerio». Il dittatore e la sua amante, Claretta Petacci, sono stati raggiunti sul lago di Como e giustiziati.
Uccidere Walter Audisio. Nella giovane Repubblica «nata dalla Resistenza», un gruppo di fascisti, armato di pistole, segue Walter Audisio, senatore del Pci. A compiere l´attentato, si è candidato il diciottenne Giulio Salierno...
Torna, a trent´anni dall´edizione Einaudi, Autobiografia di un picchiatore fascista, di Giulio Salierno (1935-2006), ripubblicato da Minimum fax con la prefazione di Sergio Luzzatto e una nota di Simona Salierno.
Difficile riconoscere in quel diciottenne il comunista Giulio Salierno, che dedicherà tutta la vita alla lotta contro le istituzioni totali, il sociologo di fama internazionale. Eppure, quel giovane picchiatore comprenderà presto l´equivoco della «socialità» fascista, e in carcere si accosterà alla sinistra. L´Autobiografia, racconta contesto e dinamiche di quel tragico abbaglio, il punto di non-ritorno, e il percorso di rinascita dal fondo della cella.
Sotto casa di Audisio, allora, più che vendicare Mussolini, i fascisti «puri e duri»cercano risultati politici. Vogliono affossare, con un gesto esemplare, i tentativi di pacificazione tra l´Msi e i partiti di governo e la graduale «deriva filoatlantica» della direzione del partito: una linea politica che, nel 1960, porterà all´appoggio esterno del Movimento sociale al governo Tambroni. Cercano di spostare sul terreno dello scontro fisico e di piazza, il durissimo confronto politico in corso in quegli anni tra la destra e il blocco socialcomunista.
Però, nel giugno del 1953, nonostante le promesse, nonostante gli appoggi dati agli attentati e alle aggressioni contro sedi e militanti di sinistra, i pezzi grossi dell´Msi si tirano indietro: a uccidere Audisio non ci stanno più. Salierno è un giovane addestrato all´uso delle armi, autore di altre azioni paramilitari, lanciato verso «un luminoso avvenire politico» da neofascista. Decide di andare avanti.
Conta di rivendicare l´omicidio dalla Spagna, dov´è sicuro di ottenere l´appoggio di Otto Skorzeny, l´ex colonnello delle SS, che aveva liberato Mussolini dall´albergo-prigione di Campo Imperatore. Insieme al pugile Serse tenta di rapinare un´auto, il proprietario reagisce e viene ucciso. Quattro giorni dopo, una lettera anonima che per Salierno proviene dall´Msi, denuncia i due assassini alla questura e li spinge a fuggire nella legione straniera.
Vengono destinati al reparto d´élite dei commando. Fianco a fianco con ex ufficiali delle SS, reduci della Repubblica sociale, carogne di ogni tipo. Vorrebbero andare a combattere in Vietnam, ma vengono arrestati dall´Interpol per rapina. Li mandano nel carcere di Sidi-bel-Abbés, in mezzo a quegli arabi, laceri, affamati, che hanno sino allora conosciuto (e disprezzato) solo attraverso lo schermo della divisa e interpellato in tono secco di comando. Gli algerini sono malmenati, minacciati, torturati. Il giovane Giulio, istintivamente, sceglie di stare con il torturato contro il torturatore. E un nucleo arabo del costituendo Fln gli offrirà persino di entrare a far parte dell´organizzazione rivoluzionaria algerina.
Estradato in Italia, Salierno viene condannato a trent´anni e tre anni di vigilanza speciale. All´epoca, la vita in carcere è disumana.
Aggirando l´occhiuta censura e destreggiandosi tra risse, rivolte e isolamento, l´ex picchiatore legge tutto ciò che trova, storia e filosofia soprattutto. E poi Dostoevskij, Chabod, Gramsci, Canetti, i classici del marxismo, l´economia politica. Transita per ventidue prigioni, e a poco a poco perde le antiche certezze. La condizione dei reclusi, il ruolo dell´istituzione carceraria, la scoperta dell´esistenza delle classi rappresentano la molla profonda della sua crescita.
Nel 1960, durante i moti popolari contro il governo Tambroni, è detenuto nel penale di Alessandria. Altri reclusi, ex noti partigiani, con cui in precedenza Giulio aveva discusso su Marx, gli affidano il comando dell´eventuale insurrezione. Nel 1968, verrà liberato grazie anche all´interessamento di Umberto Terracini. Fuori, Salierno s´impegna subito contro ogni forma di esclusione ed emarginazione. Scrive libri importanti, ottiene riconoscimenti. Nel libro, la testimonianza della figlia Simona aggiunge il tocco finale al ritratto di un uomo geniale e spigoloso, «che voleva entrare nella storia» con le armi, e lo farà per meriti di studio. «Questo è un libro che parla al lettore di oggi» scrive lo storico Sergio Luzzatto, e presuppone da quel lettore «la volontà di partire alla ricerca di un tempo perduto» in cui «certe distinzioni valevano ancora, tra la destra e la sinistra, la conservazione e il progresso, i valori e i disvalori». Ma quali strumenti possiede quel giovane lettore? Il libro di Salierno mostra quanto sia radicato il fascismo in Italia, dentro quale brodo di coltura siano maturate le stragi (impunite) dell´Italia novecentesca. Eppure, i valori dell´antifascismo sono stati gettati via insieme all´«acqua sporca» del comunismo.
Nella lotta ai «due totalitarismi», l´idea di resistenza è stata bandita insieme alla coppia amico-nemico. Nel circo feroce dell´«umanitarismo», scompaiono ragioni e torti, i vinti o sono «vittime meritevoli», oppure dannati. La nostra cassetta degli attrezzi è semivuota. Basta invece uno sguardo a tutto il rude strumentario odierno della propaganda fascista, per capire che il libro di Salierno non rievoca soltanto spettri: per un Almirante che scompare, c´è un Julius Evola sempre verde (sempre nero). Nelle curve degli stadi, l´equivoco della «socialità» fascista abbaglia ancora
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Nell´ultimo scorcio della sua esistenza Giulio Salierno ha collaborato con l´Associazione Papillon, formata da detenuti del carcere romano di Rebibbia impegnati in attività bibliotecarie e culturali. Ed è proprio alla figura di Giulio Salierno che la Papillon ha voluto dedicare una biblioteca nella periferia romana dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 27 febbraio 2006