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"Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nellŽItalia degli anni Settanta" Di Emilio Quadrelli. Edizioni Derive Approdi, 2004. Euro 17,00

resti  "Nell´Italia del boom e del conflitto sociale degli anni sessanta e settanta, si materializza, nelle periferie delle città industriali, una sorta di conflitto "generazionale" che attraversa il mondo della delinquenza e della criminalità. Si formano bande giovanili di rapinatori che rompono con gli stili di vita dei vecchi fuorilegge. Tali bande si caratterizzano per una forte solidarietà interna al gruppo, per una sfida dai toni esagerati alle forze dell´ordine e che sembra racchiudere forme di ribellione esistenziali simili a quelle che muovono quei coetanei che manifestano nei cortei. Inoltre, fatto nuovo per questo mondo, emergono figure di giovani donne-bandito, rapinatrici decise, sicure, capaci di farsi rispettare. Non sono più le donne del capo banda, talora sono loro stesse a capo della banda. Quando queste nuove figure sociali finiscono in carcere, condannate per reati comuni, rovesciano l´universo consolidato del carcere stesso e sovvertono la gerarchia interna che regola la vita dei detenuti e il rapporto con i controllori. Incontrandosi con i giovani contestatori di quegli anni, reclusi per reati politici, danno vita a frequenti rivolte contro l´istituzione carceraria. Sul finire degli anni settanta, il quadro muta nuovamente. I mafiosi e la nuova camorra riportano, con la violenza e lo scontro, l´ordine gerarchico nelle carceri, nonché il rispetto che si deve anche in cella all´"uomo d´onore". Il sospetto, il timore del tradimento, la spaccatura, separano, dividono, frammentano ancora di più e si concludono, a volte, con feroci esecuzioni "sommarie" di detenuti da parte di altri detenuti. Sfuggono a questo destino infernale le carceri femminili. La comunità delle detenute resiste infatti alla diaspora distruttiva. Il libro si conclude con un capitolo che narra delle nuove mappe carcerarie italiane attraversate dalla multietnicità della popolazione che vi è rinchiusa: abitudini, usanze, maniere di trattare il proprio corpo, e di concepire la vita, appaiono del tutto nuove".



Emilio Quadrelli (Genova 1956) svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova. Si occupa di tematiche relative alla criminalità e al carcere. Lui stesso ha avuto una lunga esperienza di reclusione, in seguito alle vicende politiche degli anni Settanta, dalla quale ha maturato una riflessione lucida e appassionata di quegli anni. Ha pubblicato saggi e ricerche sulla cultura delle palestre, sulle professioni criminali e sull’immigrazione. Tra le sue ultime pubblicazioni: La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, con Alessandro Dal Lago, Feltrinelli, 2003; Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell´Italia degli anni Settanta, DeriveApprodi, 2004; Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza, DeriveApprodi, 2005.


Dal sito: www.carmillaonline.com (già inserito nella nostra sezione "Link utili"


INTERVISTA A EMILIO QUADRELLI

di Chiara Cretella


Di Emilio Quadrelli, DeriveApprodi ha pubblicato due volumi sull’universo carcerario: Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta (2004) e Gabbie Metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza (2005). [Recensito in questa sezione. ndr] Questi spettacolari lavori di ricerca sono strutturati lasciando ampio spazio alla voce dei detenuti, così da divenire una vera e propria storia collettiva a partire dal ciclo di lotte degli anni Settanta. Un’analisi lucida e tagliente, attraverso cui ci si rende conto che l’evoluzione del sistema carcerario non è che l’evoluzione stessa della nostra società. Sorprende, nella lettura del testo, trovare quel senso intimo di appartenenza a un qualcosa di superiore e affratellante, così da far sembrare queste voci una sola. La stessa lingua, le stesse esperienze, lo stesso slang ma soprattutto la medesima visione politica del mondo. Quella chiarezza speculativa data dall’esperienza dello scontro di classe, che oggi, nell’indistinto magma del presente, fatica anche a essere concepita.

Nel tuo libro sono raccolte moltissime interviste a carcerati. Queste storie, già di per sé, costituiscono dei veri e propri micro-romanzi. Universi di vite disperse che, letti nel loro insieme, formano il ritratto di una generazione. Ce ne puoi riassumere i contorni?

I contorni banalmente stanno nelle loro biografie. In apparenza, si tratta di storie di vita “eccezionali” ed è forse per questo che probabilmente colpiscono e forse catturano, non senza stupore, il lettore più giovane. In realtà sono storie, per l’epoca, completamente normali e per nulla sopra le righe. La cosa, almeno in apparenza, difficile da capire è il prodursi, in una società che si pensa in termini di massa, e in pieno fordismo, di biografie così radicalmente “individuali” ma allo stesso tempo così irriducibilmente legate ad un’idea di esistenza e di agire collettivo. In realtà, questa contraddizione, è del tutto artificiale. L’agire collettivo è possibile solo grazie a una dimensione individuale forte, così come una dimensione individuale autonoma è possibile solo all’interno di un mondo che agisce e pensa collettivamente. L’uomo, mi par di ricordare, può isolarsi solo dentro la società. Quindi il contorno che mi chiedi alla fine è la società. Ma la società, almeno quella in cui gli attori sociali del testo sono cresciuti, è tutto ciò che sfugge all’amministrazione e al controllo. Oggi, paradossalmente, quando convenzionalmente parliamo di società pensiamo a quella particolare branca dell’Amministrazione i cui esperti si occupano di determinati segmenti sociali. È come se, questo è il vero paradosso, senza una qualche Istituzione la società non esistesse. Questo si può vedere, ad esempio, molto chiaramente nei tipi di ricerca sociale che abitualmente si fanno. La società parla solo attraverso gli esperti che si occupano di lei perché fuori vi è il nulla. A volte mi chiedo cosa pensino, in realtà, gli studenti quando, come capita sovente nel corso di un esame, devono parlare della “Scuola di Chicago”. Ho l’impressione che, ai loro occhi, quei ricercatori sociali appaiano come degli alieni. Per gli “etnografi di Chicago” i mondi sociali erano i vagabondi, i lavoratori stagionali, le ragazze delle sale da ballo, i membri delle gang urbane, gli abitanti del ghetto, ecc. Tutti mondi che, non solo erano distanti dagli ambiti istituzionali, ma che, a ben vedere, avevano un rapporto per lo meno conflittuale con questi. Oggi, tutto ciò non è neanche un approccio di ricerca eretico ma puro non senso. Ma noi, come generazione, siamo cresciuti dentro mondi sociali non governati, o almeno in maniera così totalizzante, dalle istituzioni. Per fortuna non abbiamo conosciuto l’incubo del “fare società” e della “socializzazione organizzata”. Per noi la società è stata la strada, il bar, il Circolo di quartiere, oppure la sezione del Pci, tutto questo ha comportato e sedimentato modelli relazionali e comportamentali che ci hanno formato in un certo modo. All’interno di queste relazioni, fortemente collettive e socializzate, esistevi come individuo ma legato agli altri da determinati vincoli. Vincoli, questo mi sembra importante evidenziarlo, che rappresentavano un mondo intero. Molte delle persone che ho incontrato per scrivere Andare ai resti non le vedevo da oltre vent’anni eppure è stato come se ci fossimo lasciati la sera prima. Questo vuol ben dire qualcosa. Bisogna forse capire che, per una generazione, l’amicizia, la fratellanza, la complicità e il senso di appartenenza sono stati qualcosa di veramente importante, e questo non in seguito a un qualche innamoramento ideologico ma come risultato di processi materiali e culturali, comunemente condivisi fin dall’epoca adolescenziale. Per questo credo di poter dire senza enfasi o cattiva retorica che, le storie raccolte nel libro, sono realmente corali, nel senso che appartengono, per lo meno, a quote cospicue di un’intera generazione.

Esiste un rapporto tra la riflessione politica sugli anni di piombo e la fioritura del romanzo giallo/noir degli ultimi anni? Un dato che mi ha fatto riflettere è l’aver notato che molti di questi narratori provengono da studi storici.

Probabilmente sì. Si tratta anche di generi di scrittura che consentono, senza provocare drammi di varia natura, di dire: le cose non sono come appaiono e, soprattutto il noir, di non dividere il mondo rigidamente in: bianco e nero, buoni e cattivi, bene e male. Sul giallo e il noir, nel nostro paese, il discorso porterebbe lontano. In linea di massima persino Poirot e Marple riescono ad essere più “sovversivi” o perlomeno ironici di gran parte degli eroi creati dai nostri scrittori. Personaggi per lo meno buffi, veri e propri vasi di luoghi comuni, come l’Ispettore Japp o il capitano Hastings (i rappresentanti della società legittima e per bene), da noi sono a dir poco impensabili. La figura del commissario Montalbano è quanto mai esplicativa. Da noi non basta scoprire l’assassino ma tutti i salmi devono finire per forza in gloria. La sola idea che il “Male” abiti la società legittima è un autentico ossimoro. In gran parte della nostra letteratura di genere, l’impostazione che prevale è di tipo “filosofico” piuttosto che “empirico/etnografico”. Gli attori sociali in carne ed ossa sono, a ben vedere, semplici incarnazioni di “concetti”, “funzioni”, “modelli” che trascendono sempre il loro essere concreto. Non ci sono mai i criminali ma il Crimine, non i poliziotti ma la Polizia e alla fine tutto si riduce alla lotta tra due campi concettuali. Il denaro e il potere che abitualmente giocano ruoli decisivi nella vita di tutti gli individui, e che in particolare il noir mette in luce impietosamente, da noi sono bellamente ignorati. La vita concreta degli individui evapora nella loro funzione e alla fine, per forza di cose, il cerchio deve quadrare. Pensa a uno scrittore come Ellroy, che non mi sembra particolarmente sovversivo o semplicemente progressista. Da noi, se un autore scrivesse quel genere di cose sui poliziotti, gli uomini politici, i magistrati, i giornalisti ecc., finirebbe tranquillamente messo all’indice. Forse, il vero problema della nostra cultura nazionale, le cui ricadute attraversano tutta, o almeno gran parte della produzione intellettuale, è l’incapacità di liberarsi dall’ingombrante peso della “filosofia” come regina delle discipline.

Se la storia la scrivono i vincitori si può davvero dire che la repressione è riuscita a cancellare la memoria di questa generazione “anomala”. Saggi come il tuo contribuiscono ad una contro-storia di questo paese e servono anche a capire la realtà dei nostri giorni. Analizzando l’interno rimosso del corpo sociale vi si scorgono tutte le contraddizioni che viviamo quotidianamente all’esterno.

Nel processo di rimozione intorno alla storia degli anni Settanta c’è qualcosa di diverso dalla repressione. Quello che è cambiato è il paradigma intorno al quale la narrazione storica si è sempre prodotta. L’idea che la Storia sia sempre stata raccontata dai vincitori è una verità parziale perché, a ben vedere, il discorso storico è sempre stato anche un’arma degli sconfitti. Non mi sto inventando nulla di nuovo. L’uso del discorso storico come strumento “bellico” da parte degli sconfitti o delle classi subalterne è stato ben analizzato da Foucault in Bisogna difendere la società e le sue argomentazioni mi sembrano quanto mai convincenti oltre che ben documentate. Se questo è vero, allora, dobbiamo spostare lo sguardo dalla facile categoria della repressione e domandarci perché, che cosa è accaduto, attraverso quali procedure si è resa impossibile la produzione di un discorso storico da parte degli sconfitti. Una spiegazione, pur parziale, ho provato a darla in Gabbie metropolitane, il lavoro che ha seguito Andare ai resti. Molto sinteticamente la tesi che ho cercato di sostenere è questa: alla fine degli anni Settanta, inizialmente intorno al Movimento del Settantasette, e gradatamente, in un processo a cascata sull’intera società si è affermato un ordine del discorso che ha ordinato il mondo intorno alle coppie concettuali sano/malato, normale/patologico e così via, che ha bellamente liquidato la coppia amico/nemico. Una contrapposizione di tipo essenzialmente medico/biologica che ha finito per esautorare le categorie proprie del “politico”. Se il rapporto amico/nemico presuppone un riconoscimento reciproco di pari dignità, il rapporto medico/biologico è tale in virtù di un’asimmetria di fondo. Borghesia e Proletariato, le figure concrete che incarnavano i poli della nemicità percepivano se stesse come classi politiche storicamente legittimate e determinate. Cosa ben diversa succede se la retorica che si impone è di altra natura. La relazione tra salute e malattia non può che essere quella della cura e, banalmente, il malato, nella migliore delle ipotesi, è in grado solo di negoziare le dosi della cura, non certo opporvisi. D’altra parte, chi è ascritto al mondo della malattia può prefigurare di imporre la sua egemonia sull’intera società? Immaginare di farsi Stato? Chiaramente no. Allora diventa anche facile capire l’assenza di un discorso storico da parte degli sconfitti o almeno il lungo silenzio che c’è stato. Se la Storia è un’arma, essa può essere forgiata solo in presenza di eserciti pronti a farne un qualche uso. Non credo sia casuale che oggi vi sia una ripresa di non poco interesse per gli anni Settanta. Con il riapparire di un Movimento e di una pratica sociale che ritorna a pensare in termini collettivi e quindi fa riaffiorare la presenza di un campo amico e di uno nemico, la Storia ritorna a essere uno strumento importante e la genealogia delle battaglie torna a rivestire interessi diffusi. Forse questo non vuol dire che il paradigma sano/malato abbia cessato di essere il paradigma ordinativo dei nostri mondi ma certamente si può affermare che sta subendo una pesante messa in discussione. Forse, oggi, le Gabbie Metropolitane vivono sonni meno tranquilli di qualche anno addietro.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi volumi da parte di ex-guerriglieri, brigatisti, banditi. Alcuni di questi hanno ispirato film di successo. Come giudichi queste scritture e perché, secondo te, emergono proprio adesso? Si è forse alla ricerca di un bilancio privato, precluso quello politico dell’amnistia?

Non si può rispondere a questa domanda facendo di tutta l’erba un fascio. I volumi che sono usciti non solo erano molto diversi tra loro ma rispondevano ad intenti particolari, difficilmente assimilabili, da parte singoli autori. La domanda alla quale mi sembra possibile rispondere è quella sull’amnistia. Però questo rimanda alle cose dette prima. L’amnistia non può essere data, e ormai sarebbe un puro e semplice atto simbolico, perché comporterebbe la messa in discussione del paradigma normativo intorno al quale si è riorganizzata la nostra società. Gli anni Settanta sono stati consegnati al fenomeno della “devianza”, del “disagio sociale”, del “malessere esistenziale”, in poche parole a una patologia. Si può amnistiare la “malattia”? Evidentemente no. Dare l’amnistia vorrebbe dire, con conseguenze non secondarie sul presente, riconoscere che il mondo è abitato da attori sociali legittimamente in conflitto tra loro ma è proprio ciò che la nostra società non può ammettere. Se lo facesse, l’intero castello amministrativo su cui si regge, subirebbe un fenomeno di implosione non troppo diverso da quello che ha conosciuto l’URSS e il blocco sovietico. Oggi più che mai, per il potere, è decisivo e strategico mantenere in vita il modello sano/malato e la “società disciplinare” che questo si porta appresso. Del resto, la vera punizione che ha dovuto subire la o le generazioni protagoniste degli anni Settanta è stata quella della riduzione a pura marginalità sociale. Per uscire dal carcere, attraverso l’applicazione delle diverse norme della legislazione penitenziaria, tutti sono dovuti sottostare a un processo di individualizzazione, quindi accettare la rimozione di una storia collettiva, e presentarsi di fronte al potere sotto le vesti del deviante e del disadattato. Una volta varcata questa soglia, il potere, in linea di massima, non ha avuto troppe resistenze ad applicare positivamente la normativa d legge. Però, quello che è successo alle generazioni degli anni Settanta, se guardi bene, non è molto diverso da ciò che è accaduto alla massa della popolazione a partire dai primi anni Ottanta. Quello che, spesso con toni elogiativi, è descritto come l’avvento della “società degli individui” non è altro che una relazione di potere disciplinare dove l’individuo deve presentarsi nudo e solo di fronte alla rete disciplinare che lo prende in custodia. In poche parole, l’amnistia politica è impensabile non per un qualche particolare accanimento repressivo da parte del potere ma perché l’idea stessa della dimensione del “politico” sembra essere il vero incubo del sistema di governo contemporaneo.

Mi sto occupando da qualche tempo delle scritture dei detenuti politici degli anni Settanta. Penso che l’emergere di queste scritture “individuali” sia da ricollegarsi alla riforma penitenziaria, taciuta l’espressione della “voce collettiva”. Inutile dirti le difficoltà che ho incontrato a riaprire un tema su cui si è operata una vera e propria rimozione, ma quello che mi ha stupito grandemente è stata la censura scientifica sull’apporto teorico dei “politici”. Insomma, questi testi sono spesso bellissimi, laceranti, ed anche stilisticamente irreprensibili. Si ha quasi l’impressione che essi non vengano considerati materia narrativa, neanche quando sono scritti nella forma impersonale del racconto o della terza persona, escamotage per distanziarsi, nel raccontarlo, da un vissuto autobiografico pesante.

La tua domanda presuppone una duplice risposta.

Da un lato, ma di questo se ne è parlato abbondantemente sopra, vi è la necessità “politica” del potere di rimuovere interamente l’idea stessa del conflitto esistenziale all’interno dei nostri mondi. È la parte che possiamo definire della rimozione. Accanto a questa motivazione, in fondo di recente datazione, ve n’è un’altra la cui storia affonda nella cornice culturale prevalente di questo paese, tutt’ora dominante e che non ha nulla a che fare la rimozione. Si tratta di ben altro.
L’idea che gli “uomini infami” siano privi di linguaggio è una cosa che non nasce oggi. Nel mondo della ricerca sociale, storica e sociologica la messa in mora del brusio che nasce dal basso ha una lunga storia. L’esclusione in ambito scientifico, l’ostracismo fino ad arrivare a un non malcelato fastidio subito da Montaldi e Revelli sono noti a tutti. Revelli che, se non altro, poteva vantare una biografia della quale difficilmente non si poteva tenere conto e un’appartenenza di classe di prim’ordine, è stato liquidato come felice eccezione. I suoi lavori non sono stati almeno formalmente ignorati ma velocemente riposti in un cassetto. Come accade spesso, quando si vuole rimuovere qualcuno che occupa una posizione socialmente inattaccabile, lo si promuove per toglierselo di torno. Nel suo caso, l’esclusione, è passata attraverso l’attestazione di genio. Per Montaldi, le cui condizioni sociali, economiche e politiche erano meno solide, il problema non si è neppure posto. È stato sufficiente lasciarlo morire anche se, dopo la morte, un qualche apprezzamento gli è stato tributato.
Ma in che cosa consisteva il loro peccato e la loro anomalia? Di quale crimine si erano macchiati? Avevano “semplicemente” consegnato la parola alle “donne e agli uomini infami”. Avevano detto: intorno alla società non esiste la produzione di un unico discorso legittimo, quello dell’intellettuale, ma almeno due, perché le parole dei sottoposti valgono almeno tanto quanto gli enunciati dei dotti. Questa è la vera e in fondo reale pericolosità dei loro lavori. Il problema, come in prima battuta si potrebbe pensare, non è la contrapposizione tra un discorso politico rivoluzionario e uno conservatore. Non è questo l’oggetto in discussione. Del resto, Revelli sul piano politico non è un sovversivo ma un onesto antifascista democratico e, nei suoi lavori, non è certo la rivoluzione il centro del discorso. Essenziali però sono le parole della plebe senza mediazione interpretativa da parte dell’intellettuale. Ed è proprio aver considerato in fondo inessenziale l’intellettuale come mediatore e interprete indispensabile tra i mondi sociali e quelli del sapere che ha provocato la scomunica per entrambi.
Questo, però, è un problema diverso da quello della rimozione in senso politico piuttosto ha a che fare con alcune particolarità del nostro mondo culturale il cui provincialismo è noto. Sul piano internazionale, basta pensare al movimento del “rimpatrio sociologico”, in ambito anglosassone, o ai lavori di Bourdieu nel contesto europeo, tanto per citare i più noti, per accorgersi che lo “stato dell’arte” presenta contorni e dimensioni molto diverse da quello locale. Battere la rimozione politica e rimuovere l’ostracismo dei mondi intellettuali rimandano a due campi di battaglia diversi, anche se a volte possono intersecarsi. Nel primo caso è possibile farlo solo in presenza di una pratica politica che si riappropria della memoria come arma non secondaria per le battaglie del presente; il secondo, più prosaicamente, è il semplice risultato dei rapporti di forza e di potere all’interno dei mondi del sapere.

Lavorando all’apporto femminile dato alla lotta armata mi sono scontrata anche con altre contraddizioni. Il grande alveo del movimento femminista, riassorbito in una politica moderatamente progressista, rinnega come “anomala” questa generazione di donne. Nella lotta armata il veto infranto dalle donne è stato duplice: contro la cultura patriarcale e contro il sistema capitalistico. Credo che oggi siano proprio queste detenute o ex-detenute a scontare la difficoltà maggiore del reinserimento.

Questo, se guardi bene, è ancora più vero per le “donne bandite” le cui tracce ed esistenze più che rimosse sono state completamente cancellate. Il problema, come sempre accade per chi abita i piani più bassi della stratificazione sociale, politica e culturale è lo stupore che suscitano quando prendono la parola ignorando il frame che un qualche potere/sapere ha predisposto per loro. In fondo che le femministe attuali considerino quelle donne alla stregua di un’anomalia non dovrebbe stupire. Il femminismo, o almeno quello che è pubblicamente riconosciuto come tale, appartiene interamente ai mondi inclusi, protetti e garantiti. Il suo problema, e non potrebbe essere altrimenti, è modificare e piegare a proprio favore le regole del gioco, non di sicuro far saltare il banco.
Tornando alle donne della lotta armata, credo che il discorso non possa essere generalizzato perché, a ben vedere, non vi è stato un destino comune. Quando la giostra si è fermata, e il collante collettivo è evaporato, ogni singolarità è ritornata, per così dire, da dove era partita. Le donne con delle protezioni sociali ed economiche sono andate incontro a un certo tipo di destino, altre verso degli approdi diametralmente opposti. Nel frangente la collocazione di classe, intesa in senso socio ed economico, è stata decisiva. Le donne di estrazione borghese, in linea di massima, si sono risocializzate nel loro mondo finendo, una volta che gli echi delle loro gesta si sono sopiti, per svolgere lavori, attività, funzioni socialmente incluse e di profilo medio alto. Tutte le altre hanno seguito, senza troppe differenze e rare forme di accanimento, le sorti alle quali sono andate incontro quote di popolazione non minimali. Ovviamente, in quanto donne socialmente non protette (la loro militanza politica non mi sembra abbia inciso più di tanto) hanno subito, e continuano a subire, le conseguenze peggiori del modello sociale, politico e culturale che si è imposto. Tutto ciò, però, mi sembra che abbia maggiormente a che fare con le loro oggettive condizioni sociali del presente più che con le scelte del passato.
Il modello sociale che si è imposto è unitario, paradossalmente non discriminante e discriminatorio. Se lo fosse, dovrebbe, suo malgrado, riconoscere la loro particolarità e tutto ciò che questo comporterebbe. In realtà, almeno tenendo a mente le storie da me raccolte, il dramma di quelle donne è stato, al contrario, la cancellazione della loro “particolarità”. Tutte quelle che non hanno potuto vantare una qualche posizione di rendita e prestigio pregressa si sono ritrovate, su un piano di assoluta eguaglianza, insieme a tutte le donne a loro socialmente affini. La loro condizione, ad esempio, è quella delle lavoratrici precarie, sottopagate, iperflessibili, in nero e via dicendo; ma questa è una condizione che “loro” condividono con qualche milione di altre donne che non hanno alle spalle alcuna biografia belligerante. Nei confronti delle ex, a ben vedere, non vi è stata alcuna forma di stigmatizzazione sociale e il loro “reinserimento” ha seguito le procedure attraverso le quali, oggi, milioni di individui vengono socialmente inseriti e messi al lavoro senza particolari distinzioni.

Alcune conquiste degli ultimi anni sono oggi nuovamente messe in discussione. Penso alla legge sull’aborto, alla legge Merlin, alla legge Basaglia. L’universo carcerario, esteso anche ai clandestini nella formula del C.P.T., è ancora al centro della discussione politica? Quali sono oggi le proposte legislative?

Sai, le proposte legislative dei prossimi mesi, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, non potranno che seguire una linea di condotta impostata sui modelli neocoloniali, interni ed esterni, che nel suo insieme l’Occidente si è dato. Questi modelli non possono essere altro che la scienza della polizia. In poche parole, se vincerà la “sinistra” non vi sarà meno polizia e più assistenti sociali o educatori mentre, se a vincere saranno gli altri, avremo un prevalere di logiche militari a discapito di quelle sociali. Nel modello neocoloniale, pratiche di polizia e pratiche educative sono legate da un abbraccio mortale. La storia delle colonie, in fondo, è abbastanza nota: la civilizzazione procede, indistintamente, coniugando senza distinzioni significative libro e moschetto. Prostituzione, follia, carcere, Cpt e via dicendo hanno a che vedere, per lo più, con i mondi dell’esclusione sociale e i governi, tutti i governi, non possono che adottare strategie pressoché analoghe. In fondo i “campi di concentramento” contemporanei, nel nostro paese, sono stati allestiti da un governo progressista. Le retoriche intorno all’insicurezza urbana, al pericolo immigrazione, allo “scandalo” della prostituzione di strada e così via, sono stati i temi dominanti del passato governo non meno che di quello attuale.
Quello che vale sul piano sociale trova riscontri analoghi se passiamo al mondo dell’economia e della gestione del conflitto politico. È stato un governo progressista a delineare il quadro normativo della Legge 30 così come è stato un governo di sinistra a indicare le linee di condotta da adottare nei confronti di una qualunque forma di critica politica non convenzionale. Napoli 2001 non è stata diversa da Genova 2001 dove, vale la pena di ricordarlo, il governo di centro destra, suo malgrado, non ha potuto fare altro che occuparsi di mutande e fioriere. La macchina poliziesca/repressiva era stata predisposta, oliata e addestrata dal precedente governo e i “neocon” locali se la sono trovata bella che pronta tra le mani. Ovviamente la cosa non gli è dispiaciuta ma sarebbe ingenuo addossare a Berlusconi & Co. responsabilità che obiettivamente non hanno avuto. Sarebbe come incolpare la Moratti dello scempio della scuola pubblica. La Ministra, per dirla tutta, si è limitata a fare goal ma l’assist gli è stato fornito dal governo precedente. Lei si è semplicemente trovata sulla linea di porta, senza neppure l’ostacolo del portiere, e non ha dovuto fare altro che appoggiare la palla in rete. Quindi, per riassumere, lo scenario prossimo venturo non potrà essere molto diverso da quello che abbiamo sotto gli occhi. Per dirla tutta, sarà il “modello Cofferati” a informare le iniziative legislative del prossimo futuro.
Su questo sfondo, abbastanza indifferenziato, tuttavia qualche differenza è lecito ipotizzarla. L’aborto oppure il riconoscimento delle coppie di fatto e atre questioni legate a una serie di diritti civili possono prendere pieghe legislative diverse. Su alcuni aspetti i punti di vista degli schieramenti non convergono. Sono differenze, alcune anche importanti, che hanno però a che fare con la vita degli individui socialmente inclusi. Possiamo immaginare i nostri mondi organizzati su due assi, uno verticale e l’altro orizzontale. Nei confronti della sua parte orizzontale il modello di gestione non sembra conoscere significativi spostamenti e strategie diversificate. Per chi sta, invece, nella parte verticale della società la posta in palio è la quantità di laicità e di diritti individuali che un modello tenderà a garantire (e forse a estendere) mentre l’altro sembra maggiormente propenso a contenerli o addirittura assottigliarli. Tutto ciò, ed è quello che bisogna tenere a mente, sarà di un qualche interesse solo ed esclusivamente per la parte legittima e rispettabile delle nostre società.
Per capirsi, forse, è sufficiente un banale esempio. Genova, da quando è diventata capitale della Cultura e del Divertimento, ha visto il fiorire di innumerevoli locali legati ai mondi del divertimento notturno spesso declinati in chiave “trasgressiva”. Uno di questi ha deciso di riservare una serata settimanale al mondo gay, lesbico, trans e trav. Ovviamente senza preclusioni nei confronti degli etero. Una trovata che ha riscontrato un successo invidiabile. La sera del 13 novembre, una domenica, il locale era stracolmo e fino alle due del mattino si è potuto assistere a un flusso di folla, gioiosa e festante, dai contorni semi oceanici che entrava e usciva dal locale. L’intera zona limitrofa si presentava come un felice intreccio di “culture” diverse ma uguali. Il mondo dei “diversi” e quello dei “normali” si è confuso, un vero e proprio trionfo del meticciato come a qualcuno verrebbe di dire, in un ben riuscito esempio di non discriminazione e interazione.
Tutto bene? Forse. Sullo sfondo di questa grande festa dell’inclusione, della “laicità” e del “rispetto delle minoranze”, una vera e propria orgia di civiltà un piccolo neo, passato per lo più inosservato, era pur sempre presente. L’accesso a una delle tante versioni del mondo dei balocchi, nonostante la sua dichiarata ed enfatizzata tolleranza e laicità, rimaneva rigidamente precluso a tutti coloro che, dall’aspetto, quindi attraverso un tipo di classificazione “razziale”, non incarnavano al meglio i tratti della rispettabilità. In altre parole a tutti coloro che, nell’immaginario collettivo, a destra come a sinistra, personificavano l’incubo della nuova “classe pericolosa”, l’ingresso era precluso. I giovani stranieri, per primi, ma anche tutte quelle fasce di proletariato bianco che, per capirsi, hanno delle facce da periferia non erano legittimati a varcare i confini del paese dei balocchi. Per non essere fraintesi e incorrere nelle ire dei molti, forse troppi, “politicamente corretti”, è bene aggiungere che l’esclusione sociale messa in atto dagli organizzatori della serata “intersessuale” non faceva altro che adeguarsi alle normali pratiche sicuritarie vigenti in tutti i locali del divertimento notturno, indipendentemente dal tema più o meno “politicamente corretto” della serata. Un nutrito gruppo di “operatori della sicurezza”, dai gusti sessuali forse incerti, ma con le idee chiare in materia di sicurezza e ordine sociale garantiva perciò la libera circolazione delle persone all’interno del locale, impedendone l’accesso a tutti coloro la cui incertezza più che declinata sulle preferenze sessuali sembrava collocarsi sulla più prosaica identità, o non identità, sociale. Un esempio, in fondo banale, se non altro per la serialità con cui continuamente si riproduce, che dice molto sulla routine legislativa del nostro futuro prossimo.

Pubblicato 23 dicembre 2005