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"Miccia corta. Una storia di Prima Linea" di Sergio Segio. Edizioni Derive Approdi, 2005. ? 15,00

miccia Il libro è stato presentato al RIFF RAFF Sud Wine Bar. Via Pratello, 3 Bologna, martedì 6 dicembre 2005 ore 18,30.
L´incontro con il pubblico  è stato a cura dell´Associazione Antigone e dell´Associazione Papillon.
Sono intervenuti: Sergio Segio, Cecco Bellosi, Mauro Palma,
Vincenzo Scalia, Valerio Guizzardi.

Il libro

Sergio Segio, il «comandante Sirio», è stato tra i fondatori di Prima
linea, l´organizzazione armata che ha contato mille militanti e migliaia di
simpatizzanti. In questo libro descrive una delle azioni più clamorose e
audaci della lotta armata in Italia: l´assalto al carcere di Rovigo con cui
liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche. Il racconto si snoda
in una sola giornata, il 3 gennaio 1982, con un ritmo incalzante tipico
delle migliori sceneggiature di film d´azione. Sullo sfondo si intersecano
alcuni fotogrammi delle lotte e dei movimenti degli anni Settanta. «Ricordo
la strage di piazza Fontana del 1969 che ha radicato in molti indignazione
e ribellione, l´idea che bisognasse reagire alla repressione della polizia,
alle bombe fasciste, ai tentativi golpisti. Ma anche allo sfruttamento
capitalistico. Ricordo i compagni uccisi in piazza, gli scontri con la
celere, i pestaggi degli arrestati. E poi l´organizzazione dei servizi
d´ordine, l´antifascismo militante, la controinformazione, le sedi
incendiate, le macchine bruciate. Infine, il passaggio alla lotta armata.
Ci siamo allora induriti, senza riuscire a mantenere la capacità di
tenerezza. In un´anestesia morale progressiva, che ha avuto ragione delle
nostre ragioni. La logica delle armi ci ha preso non solo la mano ma anche
il cuore e la testa. In quella manciata di anni i movimenti sono stati
brutalmente schiacciati. Hanno deragliato stretti tra il partito armato, la
repressione, l´eroina dilagante e il privato risorgente. Decine di migliaia
di compagni hanno organizzato lotte autonome e scioperi spontanei,
manifestazioni di massa e azioni d´avanguardia. Si sono armati, hanno
combattuto. Ora migliaia sono in carcere, decine sono morti. Per questo
siamo qui a oliare e caricare le armi che dovremo usare tra poco. Oggi
apriremo almeno una breccia nel vicolo cieco in cui ci stiamo dibattendo.
La sconfitta politica è ormai certa, il sogno si è sgretolato, impastato
nel sangue nostro e in quello delle nostre vittime, nella ferocia delle
prigioni di Stato e nell´orrore di quelle del popolo. Ma assaltando questo
carcere, cominciamo a riprenderci la libertà delle nostre compagne».
www.micciacorta.it


Sergio Segio

Sergio Segio è impegnato da molti anni nel volontariato, particolarmente
sui problemi del carcere, l´esclusione e le tossicodipendenze. Lavora con
il Gruppo Abele. Dal 1997 al 2001 ha curato le edizioni dell´Annuario
Sociale. È ideatore del Rapporto sui diritti globali che cura per Cgil,
Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, Arci, Legambiente e
Antigone. Nel 2003 gli è stato conferito il Premio internazionale
all´impegno sociale «Rosario Livatino». Ha promosso e diretto le riviste
«Narcomafie» e «Fuoriluogo». Collabora con varie testate, tra cui il
settimanale «Vita» e il quotidiano «la Repubblica».
un assaggio... «Smettiamo di sparare e ci ripariamo dietro l´angolo. Il
boato è forte quanto istantaneo, senza eco. Il rumore che rimane è quello
dei vetri rotti, che cadono in un picchiettio di grandine. Mi affaccio
nella via e la sensazione di irrealtà si ingigantisce. Via Mazzini è
completamente buia, c´è un fumo così denso da sembrare notte, un pulviscolo
infernale. Non si distinguono neppure i contorni. Cammino a tentoni su un
tappeto di vetri. Lo scricchiolio prodotto dai passi rompe l´incanto e
tutto sembra riprendere movimento. Nella coltre fitta intravedo un barlume
di luce, come l´uscita di una grotta sottomarina. Mi slancio in quella
direzione, fino ad arrivare a ridosso del muro di cinta. Il foro che si è
aperto è esattamente quello che mi aspettavo: circa un metro e mezzo di
diametro, a quasi un metro da terra. Entro. È come passare dalla notte al
giorno. Al di là del buco non c´è un filo di fumo. Scavalco una piccola
montagna di detriti e vedo alzarsi due sbuffi di polvere dai frammenti di
mattoni davanti a me. Contemporaneamente sento le detonazioni. Ma non sono
le guardie, rimaste barricate nella torretta. Vedo le fiammate degli spari
uscire da una finestra di fronte, dal secondo piano di una casa di via Mure
Soccorso. Saranno venti metri. Sono completamente allo scoperto. Corro
verso il recinto del passeggio e intanto sparo una breve raffica. Non miro
alla finestra, anche se il fetente se lo meriterebbe, ma alla facciata. Ed
ecco spuntare Susanna. Arriva di corsa, un po´ piegata sulle ginocchia.
"Ben arrivate - le dico porgendole una pistola - occhio che c´è già il
colpo in canna". Dietro di lei, in gruppo, Marina, Loredana e Federica.
Corrono alla breccia, mentre io indietreggio sparando in direzione della
casa, dalla quale continuano ad arrivare proiettili. Sento Federica gemere
mentre è piegata per uscire. È colpita a una caviglia, ma riesce a
camminare lo stesso. Continuo a coprire, loro sono fuori. Le seguo, dopo
aver esploso gli ultimi colpi verso la casa e la garitta. Ed è di nuovo
notte. Esco nel buio ancora fitto della polvere stagnante. Probabilmente
sono esplose delle condutture, la A 112 è ridotta a un groviglio informe di
lamiere, il selciato è interamente coperto di detriti. Per quel poco che si
vede sembra una strada di Derry nel Bloody Sunday».