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"Mai" di Annino Mele. Edizioni Sensibili alle Foglie 2005, € 12,00

Ergastolo Un «j´accuse» dalla prigione senza tempo

Annino Mele, ex bandito ed ex terrorista, sconta la pena a vita al «Bassone»: nel suo libro «Mai» c´è una disamina spietata del regime carcerario italiano

 La  Provincia di Como

Mai. Un avverbio (quello che indica la mancanza di un "fine pena" per gli ergastolani) è il titolo secco del libro di Annino Mele, ex bandito sardo ed ex terrorista dell´organizzazione "Barbagia Rossa" detenuto al carcere del Bassone di Como. Il volume, dalla copertina scarlatta come il Libretto Rosso di Mao, è edito da «Sensibili alle foglie», l´associazione fondata da Renato Curcio, ex capo storico delle Br. Mele, noto per un´intensa attività pubblicistica che svolge dall´interno del carcere, è stato condannato all´ergastolo per un duplice omicidio (al quale si è sempre dichiarato estraneo) e per la partecipazione ad alcuni sequestri di persona. Elemento di spicco della malavita isolana, Mele, nato a Mamoiada nel 1951, ha una storia criminale piuttosto singolare, posta alla confluenza tra il banditismo sardo e l´insurrezionalismo (come si direbbe oggi) con matrice politica di sinistra. Il suo libro, fin dal suo titolo, secco e ficcante, Mai, è un dichiarato atto di accusa all´istituzione della pena a vita, vista come "pena eliminativa", come morte dilazionata del reo, come emblema massimo del processo di "mostrificazione sociale" del condannato. In questo senso, l´autore ha ragione nell´indicare che l´ergastolo è una sorta di pena di morte "addomesticata", nel senso che espunge dal diritto il rito macabro e cruento del sacrificio espiatorio. Salvo non eliminare la sostanza materiale e simbolica della punizione dotata del massimo significato e contenuto retributivo: se nel caso della pena di morte, lo Stato toglie la vita, in quello della detenzione a vita, esso se la prende. Cioè, diventa "padrone" dell´esistenza del condannato, nel senso che può disporre di tutti i suoi giorni fino all´ora del trapasso.

Se l´ergastolo, quindi, nega in sé la finalità rieducativa della pena, perché il condannato non è di fatto redimibile essendogli precluso il reinserimento nella società, esso rappresenta al massimo grado il valore retributivo della pena stessa. Tale sanzione è infine dotata di una intrinseca forza dissuasiva, di una deterrenza, che gioca un ruolo non trascurabile nella sopravvivenza di una società e nella difesa interna delle sue regole.

Tutto ciò ci pare possa configurare l´oggetto di una possibile discussione sulla congruità e sulla sostenibilità della pena dell´ergastolo, in relazione allo stadio evolutivo di una determinata civiltà giuridica; ma essa non può essere affrontata in modo esauriente in questa sede. Anche perché il tema vero del libro di Annino Mele non ci è sembrato tanto quello della contestazione aperta della massima pena, e dei suoi rigori. Ci mancherebbe che ci si potesse aspettare altro da un ergastolano che affronta ogni giorno una privazione così dura, da apparire spietata; quella non tanto e non solo della libertà, quanto del futuro. No, l´obiettivo polemico reale del j´accuse, è il carcere, visto come istituzione totale che nega ogni brandello di dignità umana al detenuto. In questo senso, Mele è efficace nel rappresentare la reale condizione del carcerato, oggi, in Italia. I penitenziari sono, nella migliore delle ipotesi, dei contenitori di disperazione umana, tenuti in piedi da un burocratismo indisponente quanto sottilmente perfido: dove un direttore di carcere sequestra forme di pane carasau temendo forse che possano contenere la lima per il galeotto. Al vertice di questo burocratismo si colloca il rito della "domandina" che il carcerato ligio deve compilare per ottenere ciò che magari gli spetta di diritto. Perché, come dicevano una volta i forcaioli da bar per esecrare lo spreco di risorse che lo Stato compie per "tenere in vita" i carcerati, sarà pur vero che (forse) i detenuti hanno la tv in cella (oggi il computer): ma il trattamento non è esattamente alberghiero, come racconta Mele, al quale fu assegnata, al Bassone di Como, una cella sudicia di vomito, di feci e di sangue, occupata fino al giorno prima da un malato mentale. La situazione carceraria è talmente grave da rendere verosimili le accuse (non documentate) che Annino Mele riporta nel libro, per abbattere quel po´ di legittimazione sociale che mantengono oggi gli istituti di pena. La droga nei penitenziari? Cercatela nelle tasche degli agenti di custodia, sono loro a portarla dentro le fatidiche mura. E ancora: il carcere del Bassone è stato costruito su cumuli di materiale contaminato proveniente da Seveso. Possibile che sotto la casa circondariale ci sia la diossina? Qualcuno è in grado di affermare con prove certe che si tratti di una leggenda metropolitana di dubbio gusto? L´ex bandito sardo compie una disamina spietata di questo «regime di iniquità istituzionalizzata» che è il sistema carcerario italiano. Lo fa con parole efficaci, anche se un po´ caricate ideologicamente. Ma resta il fatto che le nostre carceri sono una pentola maleodorante il cui coperchio nessuno pare voglia sollevare. Non si tratta di essere garantisti a oltranza, e infatti noi, per essere chiari, non siamo favorevoli né all´abolizione dell´ergastolo, né a quella delle carceri. Ma una sana riforma, di stampo settecentesco, sarebbe assai salutare. Aiuterebbe i custodi della legge e dell´ordine a rendere più presentabili e razionali le istituzioni della repressione, e ci eviterebbe l´imbarazzo di dover ascoltare requisitorie dagli ospiti delle patrie galere. Roberto Festorazzi Annino Mele, «Mai. L´ergastolo nella vita quotidiana», Sensibili alle foglie, 112 pagine, 12 euro



"Recensione" del Sappe, sindacato della Polizia penitenziaria.

La lettera del sindacato della Polizia penitenziaria dopo le accuse del detenuto-scrittore

 «Nel libro l´ergastolano ci offende: via dal Bassone»


Mercoledì 23 novembre 2005, La Provincia di Como.

«L´immediato allontanamento del detenuto dalla casa circondariale di Como per ovvi motivi di opportunità e di incompatibilità valutando, altresì, l´eventualità di sottoporlo a una sorveglianza particolare». Questa l´esplicita richiesta della segreteria del Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria (Sappe) - firmata dal segretario generale Donato Capece e inviata a otto indirizzi diversi, tra i quali quelli del capo del Dipartimento dell´Amministrazione penitenziaria Giovanni Tinebra, del ministro della Giustizia Roberto Castelli, del sottosegretario del ministero della Giustizia Luigi Vitali, del direttore generale del personale e della formazione del Dipartimento dell´Amministrazione penitenziaria Gaspare Sparacia e della stessa direttrice del Bassone Franbcesca Fabrizi - in reazione all´uscita, e alla lettura, del libro «Mai» dell´ergastolano Annino Mele, edito dall´associazione «Sensibili alle foglie» fondata dall´ex capo storico delle brigate rosse Renato Curcio. Centododici pagine in vendita a 12 euro che hanno fatto letteralmente imbestialire i rappresentanti sindacali degli agenti penitenziari comaschi per la gravità delle precise accuse lanciate, e non solo alla categoria, dal detenuto-scrittore. Afferma la lettera del Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria: «Il Sappe intende segnalare il proprio sdegno in merito alle notizie che pervengono dalla casa circondariale di Como dove un detenuto, privato della libertà personale a causa di gravissimi reati, dedica il suo tempo in cella a scrivere libri con l´unico obiettivo di offendere, nel modo più squallido e indecoroso, l´operato della Polizia penitenziaria. Nella fattispecie, le invettive hanno un preciso scopo denigratorio dei compiti istituzionali e dell´intero sistema penitenziario, considerato ovviamente da una prospettiva meramente personale e in qualità di destinatario di provvedimenti vissuti non secondo lo spirito ordinamentale del trattamento. Per di più, la critica è talmente accesa che "l´autore" del testo parla di "regime di iniquità istituzionalizzata", terminologia che è più che sufficiente a identificare un rapporto quanto mai distorto e acceso nei riguardi di chi deve provvedere all´esecuzione della pena». Conclude: «Le lettura del libro intitolato "Mai" può ben fornire una illustrazione che denominare "spietata" costituisce un eufemismo... Auspicando che le Autorità siano sensibili alla proposta menzionata, tenuto conto che le denigrazioni interessano, in primo luogo, anche chi è ai vertici dell´Amministrazione...». Annino Mele, 54 anni, sardo di Mamoiada, elemento di spicco della malavita isolana, sta scontando al Bassone un ergastolo per un duplice omicidio - al quale si è sempre dichiarato estraneo - e la partecipazione ad alcuni sequestri di persona.

Andrea Cavalcanti