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"Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia" di Annamaria Rivera. Ed. Derive Approdi, 2003. Euro 13,00

  Il libro

Estranei e nemici è il risultato di un’indagine su discriminazione, xenofobia e razzismo condotta sul campo nell’arco di diversi anni, nel momento in cui il fondamentalismo occidentale teorizza e pratica la guerra preventiva e in cui l’etnocentrismo e il razzismo rischiano di diventare fenomeni endemici. L´autrice parte dalla definizione critica di una serie di concetti fondamentali per arrivare a formulare un bilancio dell’attuale contesto italiano, in cui una quantità di "discriminazioni perfettamente legali" che accompagnano l´arrivo degli stranieri passano per lo più inosservate. In Italia, la debole reattività sociale nei confronti delle espressioni razzistiche, anche più esplicite, e una certa indifferenza morale, prima che politica, rendono ancora più temibile questo fenomeno. Il libro inoltre mette in luce, con riferimento alla realtà italiana, l´azione di "imprenditori politici del razzismo" che, con il concorso dei mezzi di informazione di massa, hanno capitalizzato attraverso i voti i risultati di un´astuta opera di eccitazione di sentimenti diffusi nell´opinione pubblica. Il razzismo non è solo un’ideologia – cioè un insieme di idee, opinioni, rappresentazioni, stereotipi, pregiudizi – né solo un sistema di idee che orienta l’azione, ma un concreto rapporto sociale che può inverarsi nelle forme e nei gradi della discriminazione, della segregazione, del rifiuto, del disprezzo, dell’aggressione. Questo specifico rapporto è sorretto a sua volta da un potente apparato simbolico in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo la diseguaglianza e la dominazione. Estranei e nemici disegna il ritratto di una società italiana che perlopiù non accetta di essere già policulturale; una società condizionata dalla rappresentazione del fenomeno migratorio costruito dai media, talvolta preda di ingiustificabili paranoie da invasione. Chiude il libro un Inventario dell´intolleranza. Più di 60 pagine di una raccolta «etnografica» ragionata di episodi di violenza e soprusi compiuti contro i migranti sul territorio italiano, scelti da Paola Andrisani, classificata per categorie (dalle discriminazioni in ambito lavorativo fino agli omicidi razzisti).

Annamaria Rivera è docente di Etnologia all’Università di Bari. Fra i suoi campi di ricerca vi è l’analisi delle mutevoli forme dell’etnocentrismo e del razzismo nelle società contemporanee. Ha scritto numerosi saggi tra i quali L’imbroglio etnico (Bari 2001) con R. Gallissot e M. Kilani. È curatrice e co-autrice de L’inquietudine dell’islam (Bari 2002).


un assaggio...

L’idea che ha ispirato questo libro discende da un’annosa riflessione teorica sul razzismo e sulle sue metamorfosi attuali, che mi induce a ritenere che esso non possa essere rubricato come espressione «sovrastrutturale», in definitiva secondaria, dei rapporti di produzione, come pura e semplice ideologia che riflette e legittima i rapporti di classe e lo sfruttamento. La tendenza, talvolta di pretesa ispirazione marxista, che riduce il razzismo a ideologia esterna o estranea all’interazione sociale, che avrebbe l’unica funzione di giustificare lo sfruttamento e il dominio, finisce per alimentare, mi sembra, quella sottovalutazione del fenomeno razzista che connota il contesto italiano… Alla base della discriminazione e degli atti razzisti vi è certo un’ideologia, esplicita o implicita; ma, quando gli atti di razzismo si moltiplicano e quelli di discriminazione si generalizzano e si routinizzano, fino a diventare abituale modalità di relazione sociale, amministrativa, politica con i «minoritari», non fanno che rafforzare le immagini negative degli altri e la percezione di essi nei termini di gruppi vulnerabili, immagini e percezione che a loro volta rafforzano la xenofobia e possono incrementare il razzismo. È esattamente questo il meccanismo che oggi vediamo in atto in Italia, e non solo a causa dell’avvento di un governo di centro-destra di cui il minimo che si possa dire è che ha incorporato imprenditori politici del razzismo. La vicenda politica italiana mostra come la propensione a essere indulgenti verso gli umori xenofobici serpeggianti nella società, addirittura ad alimentarli o compiacerli per trarne vantaggi sul piano elettorale, sia una tendenza che, sebbene perfettamente incarnata nella destra nostrana, per alcuni versi appare trasversale agli schieramenti politici. Ugualmente trasversale – anche se interpretata con accentuazioni diverse – è l’ispirazione di fondo alla base delle politiche dell’immigrazione, nazionali ed europee, che muove dal presupposto, accolto come un dogma, che l’immigrazione sia un’emergenza e pone l’accento anzitutto sulla cosiddetta tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico, sul contenimento dell’immigrazione e sul controllo, disciplinamento, repressione dei migranti, piuttosto che sulla loro integrazione, sul rispetto dei diritti universali, sull’estensione dei diritti di cittadinanza. E comune è quella ideologia, raramente messa in discussione, che naturalizza la nazionalità, ne fa un feticcio o una sorta di dono di natura, dal quale discenderebbero diritti e privilegi esclusivi, non condivisibili con gli stranieri presenti nel proprio territorio. È questa, si potrebbe dire, la madre di tutte le discriminazioni: la distinzione fra diritti dei «nazionali» e diritti degli stranieri. Che si tratti di una discriminazione perfettamente legale non cancella il fatto che il diverso trattamento riservato agli stranieri, l’applicazione nei loro confronti di misure di polizia, pratiche di internamento, espulsioni di massa violino clamorosamente i principi di libertà e uguaglianza solennemente proclamati nelle Dichiarazioni universali. V’è nondimeno un sovrappiù che rende paradigmatico l’attuale contesto italiano. Il netto peggioramento della legislazione sull’immigrazione, attraverso un insieme di norme integrative o sostitutive che ne rafforzano il versante repressivo e che in definitiva concepiscono il migrante come semplice merce-lavoro, subordinando la legittimità e la durata del soggiorno al contratto di lavoro, contribuisce a rafforzare il meccanismo circolare cui si faceva cenno. Queste norme, infatti, alimentando il processo di clandestinizzazione, limitando il diritto d’asilo e i ricongiungimenti familiari, militarizzando la strategia contro gli ingressi irregolari, riservando ai soli non-comunitari misure quali i «rilievi dattiloscopici», moltiplicando i centri di detenzione amministrativa, rendendo routinaria la pratica delle espulsioni collettive, oltre a peggiorare le condizioni di esistenza degli stranieri, ne incrementano le rappresentazioni negative, soprattutto l’idea già corrente di una presenza abusiva e minacciosa (dall´Introduzione dell´autrice).