
(in calce recensione di Marco Bascetta)
Sandro Mezzadra
Diritto di fuga
Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione
pp. 133
€ 11,00
isbn 88-87009-21-X
Il libro
Prendendo le mosse dallo studio di un caso specifico (il giudizio del giovane Max Weber sulle migrazioni tedesche e polacche alla fine del xix secolo), l’autore mette a fuoco, per rendere conto della determinazione soggettiva dei movimenti migratori, la categoria di "diritto di fuga". Ne sonda la produttività nel confronto con una serie di studi storici recenti sul governo della mobilità del lavoro nel capitalismo, e la applica all’analisi dei movimenti migratori nel tempo della globalizzazione. La situazione contemporanea, in cui il progressivo travolgimento di ogni ostacolo alla libera circolazione di merci e capitali convive con la moltiplicazione e il riarmo dei confini contro profughi e migranti, viene studiata dal punto di vista delle ripercussioni che l’insieme dei processi di globalizzazione ha sulla configurazione della cittadinanza nelle democrazie occidentali. Infine, le istanze soggettive di cui sono portatori i migranti vengono collocate sullo sfondo delle rotture materiali che, rispetto al moderno discorso della cittadinanza, sono state prodotte dai movimenti di rivolta anticoloniali e metropolitani a partire dagli anni Sessanta del Novecento.
L´autore
Sandro Mezzadra, insegna sroria del pensiero politico contemporaneo nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: La costituzione del sociale. Il pensiero giuridico e politico di Hugo Preuss, Il Mulino, 1999, (con A. Petrillo) ha curato I confini della globalizzazione. Cultura, lavoro, cittadinanza, Manifestolibri, 2000, (con fabio Raimondi), Oltre Genova, oltre New York.Tesi sul movimento globale, DeriveApprodi, 2001.
Indice del volume
Introduzione
Capitolo primo: Prologo. Il giovane Max Weber, il diritto di fuga dei migranti tedeschi e gli stomaci polacchi
1. Rarissimae aves
2. Magia della libertà
3. Una società di nemici
4. Stomaci diversamente costituiti
Capitolo secondo: In principio era la forca. Migrazioni, mobilità del lavoro e storia del capitalismo
1. Individui senza storia
2. Gabbie d´acciaio
3. La fuga e le briglie
Capitolo terzo: Cittadini della frontiera e confini della cittadinanza
1. Nella crisi della cittadinanza
2. Esclusione
3. Il doppio spazio dei migranti
4. Cittadini oltre la nazione?
5. Migrazioni, diritto di fuga e confini della ittadinanza
6. Problematica appartenenza
Capitolo quarto: Dopo le colonie, il mondo
1. UK, 1948
2. Antiche segregazioni
3. One World
4. Culture
5. Modernità, at large
6. Marx a Calcutta
Bibliografia
il manifesto - 16 Gennaio 2002
La mobilità ribelle
La fuga come diritto universale di sottrazione a un ordine imperiale che in nome dell´economia di mercato nega la libertà di movimento a uomini e donne. "Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione", un volume di Sandro Mezzadra
di MARCO BASCETTA
Libertà di movimento e libertà sono sostanzialmente sinonimi. Il tratto più odioso e universalmente inviso dei regimi del socialismo reale fu appunto la negazione di questa libertà in senso spaziale e in senso sociale, incatenamento ai luoghi e alle funzioni. Imposta, per di più, nel nome di una presunta razionalità sociale che intendeva contrapporsi agli spiriti selvatici e irrazionali del capitalismo. Il quale, per parte sua, alla libertà di movimento (forse ancor più che al caleidoscopio dei consumi) affidava gran parte del suo appeal nei confronti dei reclusi d´oltre cortina. Quanto potente fosse quel messaggio, quanto insopportabile la limitazione del movimento per ogni singolo, lo avrebbe inequivocabilmente dimostrato l´89. "L´ultimo che esce spenga la luce": chi non ricorda il caustico epitaffio della Repubblica democratica tedesca, travolta da un tumultuoso esodo di massa? Al "diritto di fuga" e ai suoi martiri, la Berlino delle potenze occidentali aveva addirittura consacrato un museo a un passo dal check-point Charlie, il varco tra est ed ovest, la "porta della libertà".
Difficilmente vedremo mai sorgere un museo dedicato ai migranti affogati nel Mediterraneo, soffocati negli autotreni, surgelati nelle stive degli aerei, carbonizzati nel rogo di un "centro di accoglienza". Poichè a tutti costoro è negato l´esercizio di un "diritto di fuga", la pretesa e l´esercizio di una libertà. Non è più tempo di abbattere muri, ma di edificarne, non è più tempo di liberare gli oppressi, ma di respingere degli invasori.
La libertà di movimento, sbandierata come un valore assoluto e irrinunciabile ai tempi della guerra fredda, è stata prontamente revocata. Beninteso, la riunificazione del mondo sotto il segno del mercato, seguita all´89, non tollererebbe più muri anche solo parzialmente impermeabili alle merci e ai capitali, governati da una logica altra e ostile. E nemmeno una reclusione integrale delle braccia e delle menti. E´ piuttosto un setaccio che un muro, il confine ideale sognato dai paesi ricchi e sviluppati. Un setaccio a maglie variabili, in grado di far filtrare quanto serve e solo ciò che serve alla produzione del profitto e alla riproduzione dei rapporti sociali. Non tutti, ma alcuni, non persone portatrici di aspirazioni e di diritti, ma braccia e funzioni produttive. Il setaccio capitalistico che respinge, non meno del muro socialista che tratteneva, è governato da una pretesa utilitaristica di pianificazione e da una violenza coercitiva, irrealistiche nell´un caso come nell´altro nel sottovalutare, preda di un cieco riduzionismo, la potenza sovvertitrice della soggettività,.
E´ proprio questa soggettività inarginabile, invece, che un breve ma denso libro di Sandro Mezzadra, da poche settimane in libreria (Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Ombre corte , pp.130, Euro 10,33 L. . 20.000), mette pienamente in campo, leggendo la storia non solo contemporanea delle migrazioni con la categoria del "diritto di fuga" e quella dello sfruttamento e del dominio come negazione pratica di questo diritto. Qui l´elemento del rifiuto, la rottura con una condizione di partenza asservita o opprimente pesa almeno quanto le promesse, sovente illusorie, del paese di Bengodi. Quel "desiderio di libertà" che i cantori dell´Occidente imputavano esclusivamente ai sudditi dell´ "Impero del male", viene finalmente restituito all´umanità intera a cui appartiene, come movente delle azioni, delle scelte e dei conflitti. Sulla base di una scelta universalistica, che prende tuttavia le distanze dalla pretesa di assolutezza dell´ideologia occidentale. Con ciò il migrante cessa di confondersi con quella figura di indigenza nostalgica, patetica e molesta al tempo stesso, che sovente scaturisce perfino dalle migliori intenzioni assistenziali della morale "progressista", per rientrare a pieno titolo, o addiritura in forma esemplare, nel novero di coloro che si battono contro lo stato di cose esistente. E riavvicinarsi così a quei fenomeni di esodo, di conflitto e di rottura con tradizioni e assetti consolidati che hanno segnato la storia recente delle società più sviluppate. E´ un angolo visuale, questo, che scardina, da una parte le retoriche dell´integrazione e la pretesa, che le contraddistingue, di elidere qualsivoglia dimensione conflittuale, considerando l´elargizione di diritti come il premio di una tacita obbedienza o di una adesione incondizionata alla cultura e al paese di insediamento, adesione che l´esperienza stessa della diaspora tende comunque ad escludere. Dall´altra, l´immagine di una alterità irriducibile, fondata su quell´idea compatta dell´identità etnica, tramandata dall´antropologia coloniale, che riduce la sfera delle interazioni possibili tra i "diversi" alle leggi "naturali" e perciò inoppugnabili dell´economia di mercato.
Tanto poco "naturali", in verità, da richiedere un dispiego crescente di coercizione "artificiale" per garantirne il funzionamento e la vigenza. Alla libertà di movimento delle merci, dei capitali e delle funzioni produttive incarnate nel corpo dei migranti, si affiancano un dedalo di confini e di barriere che ne respingono le persone e le aspirazioni. Tra gli stati e negli stati, tra regioni e perfino tra quartieri e comparti produttivi. Nessun automatismo, nessuna oggettiva idraulica sociale garantisce il prodursi spontaneo di equilibri funzionali che richiedono, tutt´al contrario, l´impiego sempre più diffuso di costrizioni di natura extraeconomica. Nel controllo dei migranti, nella loro "irregimentazione", nella limitazione dei loro diritti e della loro libertà, nel riaffacciarsi di molteplici forme di rapporti servili, emerge nella luce più vivida e cruda una tendenza che coinvolge il controllo dell´intera forza lavoro: dal lavoro interinale all´erosione dei diritti del lavoro dipendente, dal dispotismo della committenza al ricatto del precariato. La favola antica di una libertà di movimento governata dalla sola legge della domanda e dell´offerta si mostra infine con tutta evidenza per quella miserabile fandonia che sempre è stata. Ciò su cui il capitalismo ha fondato la sua poderosa capacità di espansione sono i vincoli che ha imposto non meno di quelli che ha travolto, la reclusione non meno dell´apertura di nuovi spazi.
Questa violenza extraeconomica e l´arbitrio che la contraddistingue riconducono prepotentemente in campo l´ideologia. Le farneticazioni sulla superiorità culturale dell´Occidente, tanto quanto la riesumazione di forme più o meno razionalizzate di razzismo, l´idetificazione senza residui tra capitalismo e modernità e il darwinismo sociale, lungi dal rappresentare un fenomeno residuale, marginale o estremo, tendono a diventare il bagaglio ordinario che accompagna i processi di globalizzazione liberista, il loro inevitabile pendant. Tanto nella versione aggressiva di un universalismo di stampo imperiale, quanto in quella, non meno sprezzante né incattivita di una ideologia identitaria delle differenze. La riunificazione del pianeta sotto il segno dell´economia di mercato e la "domesticazione" dei fenomeni migratori che la contraddistinguono vengono cosi a coincidere con una profonda regressione, con un progressivo indebolimento di quel pensiero razionale di cui l´Occidente mena vanto. Il razzismo, la definizione dell´ "altro" e il suo rifiuto costituiscono da sempre un fondamento della conservazione e della difesa dei rapporti di dominio esistenti. Fuga, esodo, diserzione, non hanno mai goduto di buona fama, invise, come sono, tanto all´ordine dello sfruttamento capitalistico quanto agli edificatori del "mondo nuovo". Non a caso il socialismo di stato e l´ideologia tradizionale del movimento operaio le hanno combattute con ogni mezzo, traducendone il significato in "rinuncia", "disfattismo", "tradimento" dell´interesse generale. L´argomento ritorna banalmente insidioso: "perché non si battono per migliorare la proprie condizioni di vita nei paesi di origine, invece di perseguire scorciatoie anarchiche e individuali nelle nostre società opulente?" Già l´interdipendenza del mondo globalizzato basterebbe a rendere insensata questa domanda, ma il diritto di fuga, la forzatura delle barriere e dei confini corrisponde anche all´esercizio di un diritto positivo e universale, alla rivendicazione di una libertà cosmopolita e, perchè no, all´affermazione di una idea di mondo, neanche tanto nuova: "nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero, ribelle in cuor ci sta", recitava una vecchia canzone anarchica decisamente fuori moda, ma adatta al coro delle singole voci della moltitudine.