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"Piove all´insù" di Luca Rastello. Ed. Bollati Boringhieri,2006. Euro 18,00

 
Recensione di Marco Revelli da Il Manifesto 22/07/06

 

Un romanzo tellurico tra perdita e salvezza

Le colate incandescenti degli anni ´70 nel calendario prismatico di un libro che gioca con le date come con le tessere di un mosaico. In «Piove all´insù» di Luca Rastello, pubblicato da Bollati Boringhieri, riesce l´inatteso miracolo di sfuggire sia alla retorica della «meglio gioventù» che all´infamia della damnatio memoriae
Marco Revelli
Dunque si può scrivere un libro di narrativa, interamente affidato alla soggettività, senza cadere nel narcisismo minimalista dei troppi cantori di se stessi, innamorati delle proprie microstorie insulse, ma al contrario facendoci entrare il tempo forte delle grandi esperienze collettive. E si può, viceversa, parlare degli eventi politici che scandiscono il nostro passato prossimo senza con questo consegnarsi al cronachismo stereotipato dell´affresco giornalistico, ma conservandone, al contrario, la carica destabilizzante che ebbero sulle vite di tutti e di ciascuno. Luca Rastello c´è riuscito. Grazie anche a una scrittura fuori della norma, straordinariamente flessibile, morbida e tagliente insieme, capace di accompagnare il soggetto che racconta nei suoi passaggi acrobatici tra privato e pubblico. Tra dentro e fuori. Tra vita e politica. Infine tra infanzia, adolescenza e maturità...
Piove all´insù è un romanzo tellurico, in cui scorrono ancora le colate incandescenti degli anni Settanta ma filtrate, e intraviste tra le fessure negli strati di zolfo e catrame accumulatisi nei decenni successivi, su su, fino ad oggi. È il «romanzo di formazione» di quelli che nel Sessantotto avevano sette-otto anni, e che quando scoppiò Valle Giulia frequentavano i campi scout e scendevano a prendere il gelato dal lattaio sotto casa; ma che subito dopo, nemmeno adolescenti, si trovarono a giocare la loro parte nella «guerra civile» strisciante che noi avevamo immaginato e mimato per poi andarcene altrove...
Fatti e misfatti abitati dall´Io narrante
Dentro c´è tutto. Tutti gli episodi canonici, grandi e piccoli, di quegli anni semplicisticamente definiti «di piombo». Bologna e l´assassinio di Francesco Lo Russo. Roma e la cacciata di Lama dalla Sapienza e poi il 12 maggio con Giorgiana Masi. Torino e l´Angelo Azzurro, e anche il concerto dei Santana finito a mazzate con la polizia, e Giuliano Ferrara con i manici di piccone davanti a Palazzo Nuovo. Tutti i fatti e i misfatti dell´indecifrabile Settantasette tante volte riproposti in cronaca, ma qui ricondotti, senza mediazioni, all´Io narrante. Meglio: «abitati» dall´Io narrante, che li vede con l´occhio di allora, «dall´interno», e li fa, per così dire, «esplodere», come essi fecero, allora, esplodere la vita di chi c´era in mezzo, e ne entrarono a far parte.
La pagina della contro-carica degli studenti che spazzò via il servizio d´ordine della Cgil davanti alla facoltà di Lettere di Roma, riprodotta tutta «in soggettiva» e in presa diretta con quanto avveniva nell´immaginario di chi correva dentro quella folla, e vedeva davanti materializzarsi, d´un colpo, le macerie del nostro «mito operaio», è da antologia. Come pure il racconto della fuga senza fine per i quartieri sud di Torino, dopo le cariche davanti al Palazzetto dello sport preso d´assalto per conquistare un concerto gratis, con l´immagine delle schiene «proletarie» che si voltano, e delle porte che si chiudono a negare rifugio e solidarietà - le stesse che solo un anno prima si erano aperte accoglienti, e complici -, e poi l´inattesa solidarietà dei coattoni di Piazza Sabotino, i nemici di ieri, bulli e machisti, segno di una rottura epocale. Di una stagione finita...
Sarà grazie all´ingenua ferocia, di cui solo uno sguardo adolescente è capace. O all´ansia assoluta del vero, spinta fino all´impietosità, che anima l´autore, ma certo a Piove all´insù riesce l´inatteso miracolo di sfuggire alla doppia trappola dell´autocompiacimento e dell´abiura. Di sottrarsi sia alla retorica della «meglio gioventù» che all´infamia della damnatio memoriae. O forse è per la struttura bizzarra, geniale e apparentemente sconnessa - «prismatica» - che Luca Rastello si è inventato, con il 1974-76 prima del 1961-72, e il ´77 prima del 1965-75, rinunciando alla linearità temporale, all´ordine apparente della cronologia. Forse è per questa capacità di giocare col calendario come con le tessere di un mosaico, che riesce a sfuggire al rischio di trasformare il passato in una stanza chiusa in cui si resta imprigionati (la nostalgia) o, all´inverso, in un luogo vuoto in cui non ci si riconosce (la rimozione). Qui, invece - grazie appunto all´«effetto-prisma» - gli «oggetti» della narrazione, i suoi «momenti», sono investiti contemporaneamente da sguardi incrociati, davanti, dietro, di lato mantenendo la propria molteplicità di senso, l´ambiguità e lo spessore.
Per dire: il primo sguardo parte da oggi, dal più prossimo presente. La decisione di narrare - titolo del paragrafo «Oggetto: bastardi» - nasce da un´incazzatura dura, «calda», per il licenziamento della propria compagna divenuta un «esubero», e dal disgusto per lo spettacolo della precarizzazione contemporanea. Ma poi, con un salto mortale, si precipita subito ai tardi anni Sessanta, alla stagione in cui ci si fanno gli «amici della vita», e l´autore, caposestiglia dei Lupi Rossi, si vede aggregare alla squadra quei tre ragazzini nuovi: «Buttigliero, che era figlio di delinquenti e diceva sempre ´minghia, oh´; Chiarenza, che adesso mi dicono fa il poliziotto e ormai sarà anche un vecchio poliziotto» e infine Ruben - «quello educato, con gli occhi un po´ in fuori» che ricorda il maialino di Tip e Tap, Pigmalione, e che diventerà per questo Pig -, con cui avverrà tutta l´iniziazione politica di Rastello, dal tentativo (fallito) di rottura della prima bacheca del Msi, nell´estate di vacanza dopo la terza media, alle scritte sui muri della caserma dei carabinieri di via Cernaia (un sacrilegio, per lui figlio di un ufficiale di gradi elevato), fino alle prime assemblee e alla partecipazione al circolo del proletariato giovanile «Barabba». E poche pagine dopo («Pianeta proibito») si torna ancora più indietro, quando i ragazzi del ´77 non erano neppure nati ma già, tra le pieghe dello Stato, nelle sue zone infette, tra servizi «deviati» ed eterodiretti, si decidevano i loro destini disegnando il contesto dei loro futuri «riti di passaggio», per rimbalzare però, un passo più avanti, dentro il Settantasette. Quello esistenziale più che politico, quello delle esplorazioni affettive, della ricerca dei confini di sé e della sperimentazione sentimentale: la cronaca del goffo tentativo di produrre l´«uomo nuovo», e del suo grottesco risultato, l´«homunculus».
Se lo leggano, questo romanzo più prezioso di qualsiasi saggio, quelli che vogliono rivisitare il nostro ´68 e dintorni per capirne fino in fondo il significato storico e il lascito, invece di affidarsi alle stupide banalizzazioni sul genere di Sessantotto di Berman (pur proposto nel recente dibattito su queste stesse pagine come degno di attenzione). Se lo troveranno di fronte restituito nella sua corporeità, come su un tavolo autoptico. Ma vivo. Potranno vivisezionarlo, per così dire, quel nostro tempo. E cogliere - insieme agli innegabili meriti di quella stagione - anche quanto del nostro cattivo presente fosse già annunciato in esso. Quanti degli attuali vizi fossero contrabbandati dentro le sbandierate virtù. E quali «apprendisti stregoni» siamo in realtà stati, contrabbandando il narcisismo insieme al desiderio di partecipazione, il consumismo predatorio insieme al risarcitorio «Vogliamo tutto!», la lacerazione del legame sociale insieme alla domanda radicale di autonomia, l´individualismo cieco insieme all´aspirazione all´autenticità.
Per trovare riparo dalla nostra aridità
Se lo leggano anche quanti credono che la politica sia tutto. I politicisti a oltranza, che s´illudono che nella dimensione e nel linguaggio politici risieda la verità del tempo storico, e la chiave esclusiva per capirlo. Alcune tra le pagine più belle - quelle che meglio ci fanno capire dove stesse il segreto per perdersi o per salvarsi, per quegli adolescenti gettati in una storia e in un immaginario spesso senza uscita, o dal varco assai stretto tra tentazioni di lotta armata, pulsioni autodistruttive, aspirazioni alte, una realtà che si andava rapidamente chiudendo - sono quelle sui rapporti famigliari. La dura, e dolcissima, vicenda del confronto con un padre amico, e poi nemico, infine ricuperato in extremis, davvero sul confine della vita, che sintetizza il proprio messaggio in una morte vissuta con dignità. Anche per questo Piove all´insù è un libro che, dopo averlo chiuso, ti resta dentro. Perché ci salva dalla nostra aridità.

 

 

l´autore

Luca Rastello vive a Torino dove e nato nel 1961. Giornalista, ha lavorato nei Balcani, nel Caucaso, in Asia centrale, Africa e Sudamerica. Ha operato
anche per oltre un decennio nel campo della cooperazione internazionale e delle organizzazioni non profit. Sulle contraddizioni di questo lavoro nelle guerre jugoslave degli anni novanta ha pubblicato il volume La guerra in casa
(Einaudi, 1998).