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Dichiarazione di Antonini e attestati di solidarietà

14/02/2008 -  

 


VittorioAntonini

Infermieraaa!! E’ il grido che mi è spesso salito alle labbra in questa settima che mi ha visto protagonista involontario di una sceneggiata mediatica incentrata  su una mia eventuale partecipazione (da me appresa dai giornali) a un dibattito di contorno ad uno spettacolo di Erri De Luca, “Chisciotte e gli invincibili”, in programma (senza data precisa) al Ridotto di Bologna.
Comprendo benissimo il tipo di argomentazioni di chi, in buona fede, si è opposto alla mia eventuale partecipazione a quella serata, ma francamente mi sembrano fuori luogo, essendo la mia presenza riferita unicamente alla presentazione dell’attività socio/culturale della Papillon. E comprendo benissimo anche le prosaiche ragioni economiche che hanno portato inizialmente il direttore del Ridotto a pubblicizzare in modo stupido ma“spettacolare” l’evento e quelle che lo hanno indotto a soprassedere.
A questo punto, consapevole che uno dei risultati concreti di questa sceneggiata emiliano-romagnola sarà l’ulteriore prolungamento e peggioramento della mia condizione detentiva (che dura ininterrottamente soltanto dal 23 aprile del 1985), mi permetto però di esprimere alcune considerazioni.

1) La notevole alzata di scudi da parte di politici locali e nazionali, incuranti persino di verificare preliminarmente la fondatezza della notizia e di informarsi sulla mia attività quotidiana, è la classica “prova provata” che ogni qual volta si evidenzia una notevole separazione tra larga parte della cosiddetta società civile e il mondo istituzionale, quasi per incanto aumenta il rancore o addirittura l’odio verso tutte quelle espressioni politiche e sindacali (istituzionali o extraistituzionali, di dimensione locale o nazionale, riformatrici o rivoluzionarie, pacifiche o violente)  che con maggior coerenza dal ’68 e per almeno venti anni hanno tentato - in modi diversi e persino antagonisti tra loro - di rappresentare gli interessi materiali delle classi subalterne e di conquistare forme di democrazia più alte ed estese. Ma in queste odierne, assurde manifestazioni di odio politico e culturale la lotta armata delle Br non c’entra nulla, è soltanto un comodo pretesto per chi negli ultimi decenni sembra particolarmente impegnato a dimostrare che il protagonismo delle masse popolari e la critica agli assetti socialmente e politicamente dominanti è roba d’altri tempi, inutile e addirittura dannosa, poiché potrebbe ingenerare il ritorno di una stagione di violenza e di morte. Si arriva così, con sconcertante disinvoltura, a formulare l’accusa di possibili alimentatori dell’inesistente “nuovo terrorismo” (ormai siamo alla demenziale accusa di “terrorismo virtuale”) a detenuti politici da oltre venti anni in prigione, che sono coscienti delle tante vittime – di una parte e dell’altra - prodotte da quella stagione politica, che scontano con umile dignità la condanna penale subita, ma che hanno rifiutato di accettare quegli obbrobri politici, giuridici e morali che furono le Leggi sul pentitismo e sulla dissociazione, e non ritengono che l’accettazione di una sconfitta e la ricostruzione di una propria vita diversa dal passato debba essere accompagnata dai ciclici pellegrinaggi a Canossa a cui sono ormai abituati politici e giornalisti presunti innovatori e più realisti del Re.

2) Nel nostro paese non è dato a nessuno (proprio a nessuno!) il potere di sottoporre periodicamente a un “quarto grado di giudizio” una persona  condannata in via definitiva. Tanto meno quando essa si trova detenuta dall’aprile del 1985 e da sette anni usufruisce delle misure alternative previste dalle leggi in vigore, senza che mai abbia commesso la benché minima violazione del “programma trattamentale”, elaborato e verificato dagli operatori penitenziari e dalla Magistratura di Sorveglianza. E francamente stupisce che sullo spirito e la lettera della Costituzione e delle Leggi che regolano l’esecuzione penale sorvoli allegramente persino chi per tanti anni è stato una figura importante delle lotte per la civiltà e il progresso condotte dal movimento sindacale.
3)  Il sottoscritto non ha mai partecipato e non intende partecipare ad alcun dibattito sugli anni 70, almeno fino a quando non si potrà parlarne con il necessario rigore storico. Che è poi l’unica strada per comprendere cosa è accaduto durante quegli anni nella società italiana e per non dimenticare le vittime -  tutte le vittime – di quella che alcuni studiosi hanno definito una guerra civile strisciante. Ai tanti giovani che incontro mi limito a ricordare che per quanto molte volte il mondo istituzionale possa apparire tutto corrotto, la Politica (tutta, ma soprattutto la politica di classe, di sinistra) è stata e resta la più nobile tra le attività umane e quindi vale sempre la pena di battersi, dentro e fuori dalle Istituzioni, per liberarla dai mali che la mortificano.

4) Ricordo, infine, che tutte le 128 iniziative organizzate nei suoi dodici anni di vita dall’associazione culturale Papillon – sia quelle socio/culturali che di carattere istituzionale - hanno avuto come oggetto lo sviluppo della cultura, i problemi del sistema penale e penitenziario, e soprattutto la creazione di un ponte tra la drammatica realtà delle carceri e quei milioni di cittadini che ogni giorno, oltre a dover affrontare i tanti problemi del salario, della precarietà, del carovita, della casa, delle basse pensioni, ecc., devono convivere con l’insopportabile paura di restare vittima di un reato.  Invitiamo quindi tutti, compresi i miei accusatori, a partecipare o comunque a conoscere da vicino le iniziative culturali, formative e lavorative che Papillon ha organizzato e sta sviluppando a Roma e in Emilia Romagna. E magari ad assistere tutti insieme qua, nella nostra periferica biblioteca “Giulio Salierno”, ad uno spettacolo del caro amico Erri De Luca.

(Pubblicato anche su Liberazione del 17/01/2008)

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                                                      INTERVENTI

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Comunicato stampa
 

L’Associazione Papillon svolge da anni attività volta al reinserimento e al
miglioramento delle condizioni sociali e culturali delle persone detenute o
uscite dal carcere attraverso progetti spesso condivisi dagli enti locali e
dalle  istituzioni.  Conosco  l’impegno  di chi, avendo vissuto il carcere,
proprio   partendo  da  quella  condizione  estrema,  lavora  per  non  far
dimenticare  gli  altri  reclusi,  e  considero  questo impegno una risorsa
preziosa e la dimostrazione di come le persone possano maturare cambiamenti
profondi.
Nessuna  vittima può essere offesa dal racconto di questo impegno, che è in
antitesi  all’ideologia distruttiva del terrorismo. Quello che è successo a
Bologna,   a   proposito   della   partecipazione   di  Vittorio  Antonini,
vicepresidente  dell’Associazione  Papillon,  penso  sia  il  frutto  di un
equivoco  sul  senso di questa testimonianza e, con ogni probabilità, nasce
da un difetto di comunicazione sulle ragioni di questa presenza..


Avv. Desi Bruno
Garante dei diritti delle Persone Private della Libertà personale

Comune di Bologna
http://www.comune.bologna.it/garante-detenuti/index.php
P.zza Roosvelt, 3
40126 Bologna
tel. 051219  4715 - 3327
fax 0512194366

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PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA SE FEDERAZIONE DI BOLOGNA

Ufficio stampa Stefania De Salvador  335.6139814 infodesalvador@libero.it

AGLI ORGANI DI INFORMAZIONE
LORO SEDI
COMUNICATO STAMPA

SOLIDARIETA’ A VITTORIO ANTONINI E RENZO FILIPPETTI

C’è un limite a tutto, anche all’ignoranza nei confronti delle leggi in vigore, agli istinti reazionari di qualche politico già in campagna elettorale (come il consigliere regionale leghista Maurizio Parma) e alla rimozione di decenni di battaglie a favore dei diritti civili condotte dalla sinistra (quest’ultima operata, senza alcun pudore, dal sindaco Sergio Cofferati). Per questa ragione – ma non solo – esprimiamo tutta la nostra solidarietà all’ex brigatista Vittorio Antonini (invitato a partecipare a un dibattito sul tema de “Gli invincibili”, assieme allo scrittore Erri De Luca) e al regista Renzo Filippetti, organizzatore dell’evento e direttore del teatro che ospiterà l’incontro. Contro di loro - ma anche contro ciò che ancora rimane della cultura garantista in questa Paese – si è scatenata una campagna a dir poco barbarica, basata su pochi ma terribilmente chiari concetti:
1) chi ha militato in un gruppo armato degli anni Settanta, pur avendo trascorso quasi metà della propria vita in carcere (ed è il caso di Antonini) non può beneficiare, come invece accade a qualsiasi altro detenuto, dei benefici previsti dalle leggi, ma deve pagare “per sempre”, soprattutto se non si è “pentito” delle proprie scelte;
2) chi, tuttora detenuto, s’impegna da anni in campo sociale, utilizzando legittimamente permessi e misure alternative per realizzare biblioteche nelle periferie, aiutare altri ex carcerati a reintegrarsi nella società, promuovere iniziative culturali e d’intrattenimento rivolte ai bambini non deve avere diritto di parola, né aspirare a ricostruirsi, dopo tanto tempo, una vita minimamente normale;
3) il dettato costituzionale, in base al quale il carcere deve avere una funzione rieducativa e non solo punitiva, si applica a chiunque abbia commesso reati (dal rapimento di bambini all’omicidio, dalla pedofilia allo stupro, fino alla affiliazione alla mafia o alla camorra), ma non a chi abbia subìto condanne per motivi politici.
In una recente intervista, Vittorio Antonini ha dichiarato di non essersi stupito per la reazione della Lega Nord, ma di non aver capito come Sergio Cofferati, definito “un alfiere delle lotte della sinistra e del movimento sindacale”, possa aver sorvolato sulla lettera e sullo spirito delle leggi vigenti. Lo stupore di Antonini – il quale, per forza di cose, non frequenta Bologna - è del tutto comprensibile, ma per quanto ci riguarda, dopo anni di “cofferatismo reale”, certe prese di posizione del sindaco non ci stupiscono affatto, anzi, le riteniamo perfettamente in linea con la sua visione repressiva e autoritaria della realtà. Detto ciò, nel ribadire la nostra solidarietà ad Antonini e a Filippetti, li invitiamo a non farsi intimorire da leghisti ed ex garantisti, mantenendo la scadenza annunciata.

Tiziano Loreti Segretario Provinciale PRC-SE Bologna
Alessandro Bernardi responsabile movimenti PRC-SE Bologna
Circolo delle culture PRC-SE Bologna “Victor Jara”

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Bologna: Corleone e Spadaccia sul "caso" Antonini - Sindaco
 
Comunicato stampa, 14 febbraio 2008
 
I Garanti dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma e del Comune di Firenze, Gianfranco Spadaccia e Franco Corleone, hanno dichiarato: La polemica suscitata dalla programmata rappresentazione del testo di Erri De Luca "Gli invincibili" in un teatro di Bologna e dalla prevista partecipazione in margine alla stessa dell’ex brigatista Vittorio Antonini, richiede da parte nostra alcune precisazioni in via di fatto e ci induce ad esprimere alcune opinioni e preoccupazioni in via di principio.
Contrariamente a quanto si è detto, il testo di Erri de Luca non riguarda gli irriducibili e non contiene nessuna esaltazione del terrorismo contrariamente a quanto si è detto e scritto. Per De Luca i veri invincibili non sono coloro che non perdono mai ma coloro, tutti coloro, che avendo subito gravi sconfitte nella loro vita sanno fare i conti con esse, risollevarsi, e cambiare la loro esistenza.
Vittorio Antonini è stato invitato a testimoniare in margine di questa rappresentazione non il proprio passato di terrorista ma la propria esperienza, nel carcere e fuori del carcere, di fondatore e animatore dell’associazione "Papillon". Questa associazione, da lungo tempo presente e attiva all’interno dell’Istituto di pena di Rebibbia nuovo complesso, ha coinvolto nel corso degli anni centinaia di detenuti nelle proprie attività culturali e associative ed ha promosso recentemente, grazie all’attività di ex detenuti e detenuti in semilibertà come lo stesso Antonini, un Centro culturale ed una biblioteca popolare nella estrema periferia est della città di Roma. Di questo e solo di questo Vittorio Antonini dovrebbe parlare a Bologna. E’ infatti grazie a questa attività che è stato ritenuto da educatori e da giudici meritevole di accedere alla misura alternativa della semilibertà.
Antonini non è né un pentito né un dissociato. Ma non è questo che chiedono la Costituzione e la legge che affidano invece la prova del ravvedimento non a dichiarazioni di pentimento formali ma ad atti concreti compiuti nel rapporto con gli altri e con la società. Del resto trattamenti ugualmente intolleranti sono stati riservati anche a coloro che hanno espresso giudizi espliciti di condanna delle loro scelte passate o che si dissociarono pubblicamente dalla lotta armata.
Noi crediamo invece che queste forme di accanimento non siano di nessun giovamento per la memoria delle vittime, che vanno onorate con la giustizia e non con lo spirito di vendetta, e neppure alla società che non deve cessare di interrogarsi su quegli anni tragici proprio per evitare che quel passato periodicamente si riproponga come purtroppo anche recentemente è avvenuto. Senza nessun buonismo, senza nessun perdonismo, senza nessun complesso del figliol prodigo, ma con l’intento di rimuovere stabilmente le cause dell’intolleranza e della violenza dalla vita della nostra società e della nostra Repubblica.

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SOLIDARIETA’ A VITTORIO ANTONINI. A COFFERATI RISPONDO: UN SERIO ERRORE SAREBBE CENSURARE L’EVENTO.

Dichiarazione di Leonardo Masella, capogruppo del Prc in Regione.

Esprimo la mia solidarietà a Vittorio Antonini, detenuto all’ergastolo, oggetto di un linciaggio mediatico a seguito dell’invito a partecipare ad un incontro culturale al Teatro Ridotto di Bologna.
Non solo la destra ma il sindaco Cofferati e l’Assessore agli Affari Istituzionali del Comune di Bologna, Libero Mancuso, hanno scatenato una forte polemica contro la decisione del direttore del Teatro Ridotto, invitando lo stesso a cancellare la serata.
Trovo che sarebbe un errore grossolano censurare un simile evento. Vittorio Antonini è un detenuto all’ergastolo, che sta scontando la sua pena da ventitré anni e che sta dedicando la sua vita a promuovere la cultura in carcere. Non capisco perché discriminare una persona che sta già pagando per i suoi errori.
Tra l’altro Antonini è stato già ospite quattro anni fa all’Istituto Parri e sta partecipando ad un progetto con gli ex detenuti con il comune di Casalecchio.
La serata è dedicata alla cultura. Cancellare lo spettacolo significherebbe censurare la cultura.

13 /02/08

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Erri De Luca: «Solo chi ha abiurato
il passato da Br puo parlare?»

Liberazione 16/01/2008

Davide Varì

Il sasso, per primo, l´ha lanciato il sindaco di Bologna Sergio Cofferati che qualche giorno fa parlava di «serio errore». E il serio errore era l´aver invitato nella città delle due torri Vittorio Antonini. Un ex brigatista condannato nell´85 all´ergastolo per aver partecipato al sequestro del generale Dozier e che avrebbe dovuto partecipare ad un incontro pubblico sul sistema carceri. Ma non finiva lì, quel sasso, lanciato dall´ex segretario della Cgil, è stato infatti raccolto e rilanciato con veemenza da Miriam Mafai che dalle pagine di Repubblica si mostrava indignata dalla possibilità di far parlare l´ex brigatista. Le ragioni? Presto dette: secondo Mafai aver passato vent´anni in galera non basta. Serve di più, «serve il pentimento, il riconoscimento cioè del´errore compiuto che può consentire, dopo avere scontato la pena, il ritorno alla vita civile».
Erri De Luca - tra gli invitati a quel dibattito pubblico che alla fine, a quanto pare, sarà annullato - interviene sulla questione in modo deciso. Evita in ogni modo la polemica diretta con Mafai - «non mi farete mai entrare in polemica personale con nessuno» - ma va giù duro lo stesso: «Non mi risulta che le leggi italiane contemplino il silenzio come pena accessoria al carcere. Se qualcuno vuole ridurre al silenzio chi è stato in galera ed ha scontato il suo debito con la giustizia, deve cambiare le regole».

De Luca, il caso Antonini ha sollevato un vespaio. Il sindaco Cofferati ha fatto di tutto per evitare che l´ex Br andasse a Bologna e Miriam Mafai dice che chi non si è pentito non dovrebbe partecipare ad incontri pubblici...
Io dico che una persona che ha scontato la pena che gli è stata assegnata, una persona che ha pagato interamente il suo debito, ha tutto il sacrosanto diritto di partecipare a qualsiasi iniziativa, pubblica o privata che sia. Del resto una persona che ha passato tanti anni in galera ha per forza di cose accettato la realtà in cui vive ed è a tutti gli effetti recuperato alla comunità civile. Proprio per questo ha pieno diritto di parola, come qualunque altro cittadino. Chi vuole proibire la parola a chi viene dalla prigione deve mettere una pena accessoria nelle leggi dello Stato: la pena del silenzio in pubblico. Fino a prova contraria, fino a che non c´è questa nuova disposizione che nega il diritto di parola, chiunque può parlare.

Mafai tira in ballo il mancato pentimento da parte di Vittorio Antonini, che perlatro non è neanche dissociato...
Iniziamo a distinguere il pentimento - che è una questione strettamente personale ed intima - con la dissociazione che riguarda la sfera giudiziaria. Ecco, su quest´ultimo aspetto bisogna essere molto chiari: la dissociazione, per come è stata utilizzata ed usufruita, è solo un un risparmio di pena, un modo per sottrarsi alla galera o per ridurre gli anni di condanna. E´ un´abiura, anzi lo è stata visto che oggi questa possibilità non esiste più, che consentiva benefici agli accusati e ai condannati. E starei ben attento a direi che quelle dissociazioni equivalgono ad un reale pentimento. E´ servito solo ad uno sconto di pena, sia chiaro. E in tutto questo, il paradosso è dato dal fatto che stanno togliendo la parola a quelli che hanno scontato più anni di galera e che oggi vivono integrati nella società italiana e non stanno certo tramando contro lo Stato.

E quando sono i familiari a chiedere "discrezione" a chi ha ucciso i propri cari? Qui la legge non c´entra più niente è una questione di opportunità o meno.
La discrezione non può coincidere con il divieto di diritto di parola pubblica. Altrimenti saremo in un regime. Ripeto, si facciano leggi per negare parola a questi cittadini. Ci sono dei veri e propri "serial killer" che, per il fatto di essersi dissociati e per aver fatto i nomi, sono usciti dopo poco tempo. Ecco, i familiari delle vittime di questi personaggi non contano nulla? C´erano personaggi del brigatismo che sono stati utilizzati e nessuno si è mai indignato. Ci indignamo solo per chi non ha abiurato.

Dopo tanti anni il terrorismo è ancora un nervo scoperto di questo Paese, quando si riuscirà a parlarne con serenità?
Il fatto è che c´è ancora chi fa carriera sul rancore di quegli anni. E come se fossimo al primo giorno di detenizione di queste persone e non alla fine. Eppoi, diciamolo chiaro: Cofferati interviene pensando di guadagnare consenso pubblico. Oltre a tutto Antonini ha già parlato pubblicamente a Bologna. Al sindaco non gliene frega nulla, pensa di guadagnare un miserabile vantaggio elettorale nel negare il diritto di parola ad un ex Br. Si soffia e si alimenta rancore. Fatto sta che la decisione di partecipare o no al dibattito spetta ad Antonini, solo a lui. Quando deciderà e vorrà farla io ci sarò.

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Articolo su Unità del 17/01/2008

Di Luigi Manconi e Andrea Boraschi


L´ennesima riprova che gli "anni di piombo" non abbiano mai trovato una soluzione pubblica condivisa, se non da tutti, almeno da una parte consistente dei cittadini di questo Paese, viene dalle polemiche addensatesi, in questi giorni, su un dibattito in programma a Bologna per il prossimo 24 aprile. L´incontro devrebbe tenersi al teatro Ridotto, a margine della rappresentazione di un testo di De Luca, «Chisciotte e gli invincibili»; e vedrà protagonisti lo stesso scrittore napoletano, il direttore del teatro Renzo Filippetti e l´ex militante delle Br Vittorio Antonini. Diciamo subito che il titolo dell´iniziativa, ancorché poi spiegato ampiamente, ha prestato il fianco a equivoci facili da prevedersi. «Gli invincibili» - questo il nome voluto per il dibattito - ha sollevato dubbi di opportunità proprio in relazione alla persona di Antonini: che, a schiera di quanti sono stati condannati per terrorismo, non si è mai dissociato ne pentito.
 Che i promotori e lo stesso De Luca abbiano poi spiegato il senso di quell´espressione - che non intende esaltare l´irriducibilità della violenza a sfondo ideologico, quanto evidenziare la buona volontà di chi dagli errori e dalle sconfitte più eclatanti trae; comunque, motivo di riscatto e riabilitazione - è servito a ben poco. Il sindaco di Bologna, Sergio Cofférati, si è espresso con toni molto duri, chiedendo l´annullamento del dibattito; ed altri, con lui, ne hanno contestato l´opportunità e i protagonisti, fino all´avvio di una piccola campagna mediatica approdata anche alle cronache nazionali. Non è nostra intenzione discutere di Vittorio Antonini e della sua storia politica e penale. Egli è stato invitato a testimoniare «non il proprio passato di terrorista, ma la propria esperienza, nel carcere e fuori del carcere, di fondatore e animatore dell´associazione Papillon. Questa associazione, da lungo tempo presente e attiva all´interno dell´Istituto di pena di Rebibbia nuovo complesso, ha coinvolto nel corso degli anni centinaia di detenuti nelle proprie attività culturali e associative ed ha promosso recentemente, grazie all´attività di ex detenuti e detenuti in semilibertà, come lo stesso Antonini, un Centro culturale e una biblioteca popolare nella estrema periferia est della città di Roma» (così i garanti dei diritti dei detenuti di Firenze e Roma, Franco Corleone e Gianfranco Spadaccia). Anche per queste attività ad Antonini è stata concessa la semilibertà (ovvero, quell´uomo non ha finito di scontare la propria pena: non è "libero"). Tali attività testimoniano comportamenti e azioni che configurano quella riabilitazione alla quale ogni pena dovrebbe tendere. E la pena, a sua volta, essendo comminata da un potere dello stato, non è questione "privata", dì mortificazione dei colpevoli e di soddisfazione delle vittime; le coscienze degli autori dei reati rimangono ad essa estranee; dunque, estranee le sono anche la misura, l´intensità e le motivazioni di ogni ravvedimento. La legge non chiede "pentimento": non chiede, cioè, atti formali di contrizione, né è preposta a indagare la sfera intima dove si avverte la coscienza e l´eventuale resipiscenza; essa, piuttosto, esige dal condannato comportamenti non lesivi (tanto meglio se positivi e virtuosi), nei confronti dei compagni di pena e verso la società. I giudici hanno stabilito che Antonini questi comportamenti li ha fatti propri e li ha mantenuti nel tempo. E oggi, nella misura in cui gli è possibile, egli può tornare a partecipare alla vita associata. Con i diritti e le prerogative che dovrebbero essere riconosciuti a ciascun cittadino; dunque, anche con il diritto alla parola in occasioni pubbliche. Appurato, allora, che la sua partecipazione a quel dibattito al teatro Ridotto è perfettamente legittima, resta da chiedersi se essa sia anche opportuna. La risposta, anche qui, ci appare affermativa. Non solo per i contenuti di quella iniziativa che solo per amore del grottesco qualcuno ha potuto immaginare fossero celebrativi della violenza terrorista; ma proprio perché quell´occasione di confronto è un altro piccolo tassello di reinserimento nella società, in un percorso che Antonini ha già da tempo intrapreso. E perché se è vero, come dicevamo in apertura, che il vulnus politico, culturale e umano degli anni di piombo non è mai stato sanato, è vero anche che a esso bisogna tornare: con tutta la razionalità e la disponibilità intellettuale di cui siamo capaci. Non si può trovare motivo di comprensione definitiva di quella tragica vicenda sin quando non siano chiare a tutti le cause dei tremendi errori e degli odiosi crimini di cui si sono macchiati i protagonisti di quegli anni. Quelle cause possono essere cercate negli elementi biografici dei terroristi, nei loro tratti psicologici e in mille altri fattori scatenanti: ma esse sono, e restano, primariamente politiche. Dunque, interessano tutti noi: chi quegli anni non li ha conosciuti direttamente e chi, invece, li ha vissuti o ne è rimasto segnato. Il terrorismo è stato sconfitto, grazie al cielo: ma la pace, ricordiamolo, la si fa anche con i nemici sconfitti. E ogni pace inclemente ha, di regola, il solo effetto di trascinare i conflitti oltre la loro naturale fine (come sta avvenendo oggi in Italia per il terrorismo, appunto). C´è un´ultima questione, forse la principale, che merita di essere discussa. A molti, legittimamente, appare scandaloso lo spazio pubblico concesso agli ex terroristi. Libri, convegni, dibattiti, incarichi pubblici, visibilità mediatica. E si protesta perché, a confronto di tutto ciò, ai familiari delle vittime è stato riconosciuto ben poco spazio di parola, men che meno gli è stato tributato un riconoscimento pubblico tangibile per i drammi vissuti, se non parzialmente e tardivamente. Che lo Stato abbia fatto poco e male, per chi in quegli anni è stato segnato dalla violenza terrorista, è dato inconfutabile. Tuttavia, non è impedendo agli ex terroristi di esprimersi pubblicamente che si potrà porre rimedio a tali omissioni e inadempienze. Piuttosto, se a quelli è concessa la parola nel dibattito pubblico, altrettanto e ancor più va garantito a chi dal terrorismo ha subito lutto e dolore. Piuttosto che ridurre la voce ai primi, allora, si amplifichi quella dei secondi (le vittime e i loro familiari).