
13/02/2008 - Associazione Culturale Papillon – Rebibbia Onlus
Sede di Bologna
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Comunicato Stampa
Singolare è che il PD a Bologna abbia voluto aprire la campagna elettorale con il linciaggio mediatico di un detenuto all’ergastolo, in galera da ventitré anni, che ha voluto dedicare il resto della vita a promuovere la cultura in carcere. La cultura come strumento utile ai detenuti per formarsi una coscienza critica, che li porti a rivedere il loro passato, e a considerare la commissione di reati come un disvalore inaccettabile. Sì, perché per Vittorio Antonini e per tutti noi della Papillon questa è la giusta via da percorrere se si vuole combattere la recidiva e rendere i cittadini più sicuri in una società migliore. C’è qualcosa di sbagliato in questo? Siamo disposti a parlarne con chiunque voglia ascoltarci lasciando da parte il pregiudizio.
Ci appare invece purtroppo normale la retorica nazional-populista e securitaria del Sindaco e dell’assessore Mancuso, ormai ci siamo abituati. Forti con i deboli, deboli con i forti; l’uso della forza al posto della ragione; la scomparsa sociale al posto della riabilitazione; il giustizialismo al posto della giustizia sociale. Questi sembrano essere i loro valori alla ricerca strumentale di voti sul mercato elettorale.
All’esatto opposto noi della Papillon ci orientiamo tra le carceri per mezzo di una bussola che si chiama Carta Costituzionale, il cui ago segna verso l’articolo ventisette. Sempre.
La nostra preghiera quindi, egregi signori, è di lasciarci perdere, di lasciarci continuare il nostro lavoro che è già di per sé difficilissimo. E di usare altri argomenti per risolvere le vostre beghe di potere. Se poi un giorno capirete il danno sociale che state provocando, saremo lieti di ricevere la vostra visita per un confronto pacato e costruttivo, noi di pregiudizi non ne abbiamo. Nemmeno contro di voi.
Se un giorno la ragione illuminerà la vostra strada, quella strada vi porterà da noi. Sapete dove trovarci: in una cella buia e insalubre, in tre in dieci metri quadri, tra topi e scarafaggi, chiusi ventitré ore al giorno. Nel regno dell’illegalità “legale”: le vostre galere da medioevo.
Bologna 12/01/2008 Valerio Guizzardi
Responsabile Papillon
per l’Emilia Romagna
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LA “FESTA” È FINITA.
QUEL CHE RIMANE DEL CASO ANTONINI.
di Valerio Guizzardi
Associazione Papillon - Bologna
Ora che la tempesta mediatica pare essersi fermata; ora che “Il caso Antonini” -com’era ovvio che fosse- si è rivelato una tempesta in un bicchier d’acqua, sarebbe il caso di trarne debite conseguenze. Francamente, per quanto mi riguarda, non posso esimermi dal fare alcune considerazioni:
trovo sconcertante che chi occupa alte cariche istituzionali e di rappresentanza popolare si abbandoni a dichiarazioni che non trovano riferimenti di legge nei maggiori istituti giuridici del nostro Paese. Sia nella Costituzione, che nel Codice Penale, nel Codice di Procedura Penale e nemmeno nell’Ordinamento Penitenziario, in nessun articolo, in nessun comma possiamo trovare scritto che si possa vietare la libertà di espressione a chicchessia. Delle due è vero l’esatto contrario.
Proprio in virtù di quanto sopra, chiunque può legittimamente porre una questione di opportunità a che il tale o il talaltro parli o meno in un determinato contesto, ma si tratta di pur sempre di un’opinione di ordine morale o etico che attiene alla sfera della libera espressione del singolo. Sarà pertanto a cura del tale o del talaltro tenere conto o meno di quell’opinione e comportarsi, altrettanto liberamente, secondo la sua volontà. In altre parole le due libertà si equivalgono.
Viviamo forse in un Stato etico o confessionale? No, la Repubblica Italiana afferma la sua laicità, perché così hanno deciso i Padri fondatori. E, personalmente, non trovo vi sia nessun motivo per contraddirli.
Per qualcuno pare non essere così, e non sono comuni cittadini, sono il Sindaco e un Assessore del Comune di Bologna la cui opinione, dico opinione, è stata amplificata, sola, e con riverente soddisfazione dai maggiori quotidiani locali i quali, come invece vorrebbe la deontologia professionale, si sono ben guardati dal pubblicare, al pari e con uguale enfasi, la risposta della parte investita dai due istituzionali. Si sono sottratti a questo deprecabile comportamento solo l’Assessore Guglielmi, che da autentico laico e uomo di cultura ha fatto dichiarazioni correttissime, secondo la legge, e Il Bologna che ha pubblicato una breve intervista ad Antonini.
Ora il punto, quello vero: abbiamo assistito a una sorta di “sovversione dall’alto” dove due cariche istituzionali hanno usato il loro potere per imporre all’opinione pubblica opinioni personali, e ridico opinioni -oltre a profferire velate minacce al direttore del Ridotto di tagliargli i contributi comunali- scavalcando di colpo ogni ordinamento costituzionale e giuridico dichiarando – abbiamo una nutrita rassegna stampa al riguardo - che una persona, in virtù del proprio passato non può parlare a un evento teatrale, quindi pubblico. Siamo perciò al cospetto di due persone non comuni che, ignorando il proprio ruolo, ledono il diritto di espressione di chi, seppure sotto esecuzione penale, quel diritto invece possiede secondo le leggi vigenti.
Del resto essi non sono i soli a seguire questi comportamenti illegittimi. Ultimamente siamo di fronte a una ondata vendicativa bipartisan – penultimo il caso di Susanna Ronconi alla quale si voleva addirittura togliere il lavoro - una vera e propria mania ossessiva derivante dalla percezione che hanno della Giustizia: odio, vendetta, afflizione, ritorsione rappresaglia, scomparsa sociale.
Ed è tristemente curioso osservare che mentre quella parte di generazione politica che ha praticato la lotta armata negli anni ’70, dopo aver scontato la condanna – si calcola complessivamente 50.000 anni di carcere- ha cercato faticosamente di reinserirsi socialmente facendo ritorno alla legalità, quei signori si sentono ancora in guerra a quasi trent’anni di distanza dalla sua fine. Come quei soldati giapponesi sulle isole del Pacifico in attesa di nuove disposizioni del loro imperatore, nel frattempo defunto di vecchiaia. E visto che appunto da quasi trent’anni di nemici da combattere non ce ne sono più, si vendicano sui già vinti e stravinti. Trovo ignobile tutto ciò e ancora di più il fatto che su questo torbido e malato rancore vi abbiano cinicamente costruito una carriera politica. Intesa, naturalmente, come conservazione del potere e, non ultimo, il lauto reddito che ne consegue; né più né meno.
Ma c’è di più, molto di più: il loro odioso e disinvolto cinismo li spinge a strumentalizzare politicamente ai propri fini inconfessabili il dolore delle famiglie delle vittime della lotta armata di quegli anni. Persone, queste ultime, colpite in modo irrimediabile negli affetti che stanno cercando, nel tempo, di ricostruirsi un’esistenza, di uscire da un incubo. In uno Stato di Diritto queste famiglie meriterebbero il massimo rispetto di tutti, meriterebbero più voce e attenzione, e soprattutto quelle in difficoltà economiche meriterebbero aiuti realmente dignitosi, non le briciole, quelle sì indignitose, loro concesse. Si dice che ad esse è impedito di parlare facendo finta di dimenticare, in perfetta malafede, che quello mediatico ufficiale è un mercato nel quale gli addetti all’informazione decidono in autonomia quale è la notizia -ridotta a merce come le zucchine- che vende e quella che non vende. In altre parole si scrive poco di loro perché un argomento che trasmette ai lettori dolore ansia e finanche fastidio non ha mercato perché non fa aumentare le vendite dei giornali né l’audience in televisione. Stessa sorte, anzi di più, hanno avuto i parenti delle vittime del terrorismo, cioè quelle centinaia di morti ammazzati dal tritolo nelle banche, nelle piazze, sui treni e nelle stazioni. Stragi, guarda caso, rimaste pressoché impunite fatte compiere, riguarda caso, da mandanti rimasti sconosciuti. Per dire, qualcuno si è mai preoccupato concretamente, al di là delle chiacchiere commemorative, della vedova di Giuseppe Pinelli o delle famiglie di chi è stato fatto a pezzi a piazza Fontana, a Brescia, sull’Italicus o alla stazione di Bologna? Non mi pare proprio. Queste ultime voci non solo non hanno mercato, ma pongono una domanda imbarazzante alla classe politica di ieri e di oggi: «Chi ha ucciso i nostri cari, chi ha armato gli assassini, chi c’era dietro di loro?». Sulle sentenze non troviamo scritto nulla di tutto ciò.
Già, “è il mercato bellezza”. Naturalmente, in questo specifico caso, non solo. Ma -come direbbe il Lucarelli televisivo a mani giunte- questa è un’altra storia.