Dalla rivista "Carta" del 17/01/2004. Articolo di Giuliano Santoro

Arrestare uomini e donne senza che abbiano commesso nessun reato, rinchiuderli in un carcere etnico e costringerli a lasciare il paese senza l’intervento di un magistrato è incostituzionale. Le 17 mila persone che ogni anno passano per i centri di detenzione per migranti e poi vengono rimpatriate o rilasciate con l’obbligo di lasciare il paese entro cinque giorni hanno un motivo in più per tentare la fuga. Dopo anni di latitanza, grazie a un servizio di Giovanna Boursier su Report di domenica 18 aprile, la Rai si è finalmente accorta di questo mostro giuridico [«Il Cpt è l’unico luogo dove l’imputazione di una colpa non avviene su un reato ma su un reo», avvertono i costituzionalisti] partorito dal patto di Schengen, svezzato dalla legge Turco-Napolitano e foraggiato ulteriormente dalla Bossi-Fini.
A Bologna, a volte la polizia va a prendere i migranti direttamente nei cantieri, con le tute da lavoro ancora imbrattate di calce e cemento. Destinazione, il lager di via Mattei, che, in questi giorni, ha compiuto due anni di attività. Solo nelle ultime settimane ci sono stati numerosi tentativi di fuga, con il corollario di botte, feriti e tensioni che da ciò consegue. L’ultimo caso, nella notte tra il 18 e 19 aprile, quando un gruppo di migranti è riuscito a scappare e un cittadino tunisino è caduto da un muro di cinta ed è stato ricoverato all’ospedale Maggiore.
L’evasione, con tutti i rischi che comporta, è il modo meno doloroso per uscire da via Mattei. L’indice della disperazione è negli atti di autolesionismo. I detenuti ingoiano lamette e batterie, oppure cercano di tagliarsi le vene con le schede telefoniche. Per tenerli a bada, gli operatori della Croce rossa italiana [che gestisce il Centro e percepisce 74 euro al giorno, più di un milione e mezzo di euro all’anno dal ministero dell’interno] li imbottisce, a loro insaputa, di barbiturici, «Tanto che – hanno raccontato alcuni migranti – c’è chi si addormenta mentre mangia». L’abuso di psicofarmaci è stato rilevato anche da Medici senza frontiere, a Bologna come in tutti e dodici i Cpt italiani. «Persone di paesi diversi, che parlano lingue diverse, che sono stati reclusi in centri diversi, hanno tracce di barbiturici nel sangue. È impossibile che si siano messi d’accordo», racconta Alessandra Ballerini, avvocato.
A Bologna, il Cpt è nato fra le proteste. Prima dell’inaugurazione, un gruppo di Disobbedienti andò a smontare la struttura, poi la campagna cittadina contro il Cpt è culminata nell’occupazione della sede della Croce rossa. La pressione è arrivata fino agli operatori del Centro, che hanno sentito il bisogno di scrivere una lettera alla redazione bolognese di Repubblica, per far sapere che non sono «né militari né volontari»: bensì lavoratori che cercano di «alleviare il disagio».
Secondo Sergio Cofferati, il «superamento» dei Cpt «è indispensabile». «Una città deve essere capace di affetto verso tutti coloro che arrivano da fuori. Per poterli trattenere dove serve – ha detto in un’intervista al mensile bolognese Frame - politiche di accoglienza efficaci consentono di attivare un sistema di diritti. Parlo di cittadinanza e non solo di lavoro. Bisogna superare questo dualismo prodotto dalla Bossi-Fini. Politiche di accoglienza efficaci permettono di superare anche forme pessime per gestire l’immigrazione come i Cpt, luoghi di degrado e di negazione dei diritti più elementari».
I gemelli Giovanardi
La nefasta profezia del prefetto Anna Maria D’Ascenzo [«La gente si deve abituare, in ogni città c’è bisogno di un Cpt», aveva detto] sta trovando parecchi ostacoli in tutto il paese, ma in Emilia Romagna è pericolosamente vicina alla realtà. A Modena, il centrosinistra ha avallato l’istituzione di un centro di detenzione gestito dalla Misericordia, una rete di associazioni di ispirazione cattolica che, negli anni passati, aveva messo le mani su servizi di ambulanze e sulla missione Arcobaleno nella ex Jugoslavia. E che adesso punta sul business dei migranti: si è aggiudicata anche l’appalto del Cpt Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, pochi chilometri a sud di Crotone [con malcelato fastidio della Conferenza episcopale calabra, l’«organo di governo» della chiesa calabrese] e gestisce quello di Lampedusa, dove qualche giorno fa il ministero dell’interno ha proibito l’ingresso dei volontari di Medici senza frontiere, che ne avevano denunciato le carenze.
Due tra i protagonisti della storia del Cpt di Modena, invece, sembrano usciti da una commedia degli equivoci. Il presidente della Misericordia cittadina fa il medico. Si chiama Daniele Giovanardi, è il fratello gemello del ministro dei rapporti col parlamento Carlo Giovanardi.
Visto che i ministri competenti raramente rispondono di persona alle interrogazioni parlamentari, spesso è Giovanardi [il politico] che deve parlare in aula. E così, rispondendo a un’interrogazione parlamentare sui Cpt, gli è toccato di citare la struttura messa in piedi da Giovanardi [il medico]: «Fino ad ora la visita ai Centri, particolarmente gli ultimi aperti, come quello di Modena, hanno fatto registrare situazioni che magari fossero alla pari anche, parlo della stessa Modena, delle strutture ospedaliere. Dove sicuramente non c’è un bagno per ogni quattro persone, con stanze a due letti, aria condizionata d’estate e condizioni ottimali», ha detto Giovanardi [il politico]. Ma nessuno, se non i parlamentari, può visitare questo gioiellino dell’accoglienza che costa oltre tre milioni di euro l’anno, in una città che, per via dei tagli agli enti locali, avrà dieci milioni di euro in meno dallo stato.
Come Cofferati a Bologna, anche il candidato a sindaco di centrosinistra e Rifondazione a Modena, il diessino Giorgio Pighi, all’assemblea comunale dell’Ulivo, ha parlato della «necessità di avere una visione universale della società, una società che deve essere in grado di dare risposte a tutti i suoi cittadini». «Dobbiamo adoperarci per superare i motivi che hanno portato alla nascita di queste strutture - ha detto Pighi - In ogni caso non devono servire per le situazioni che hanno solo una valenza sociale ed umanitaria».
Il Cpt di Modena è costato più di undici milioni di euro, costruito ex novo e inaugurato nel novembre del 2002. Da allora per i cinquanta uomini e donne che vengono rinchiusi, le condizioni di vita sono peggiorate. «Adesso non è concesso portare nessun oggetto personale. Neanche la biancheria intima o l’orologio – racconta Goretta, che fa parte del gruppo migranti del social forum locale e che con una cadenza più o meno mensile accompagna un parlamentare a monitorare il centro – Una volta un detenuto mi ha detto: ‘Qui il tempo non esiste’».