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Rapporto del Verde Peppe Mariani dal femminile di Rebibbia

Rebibbia femminile: un inferno in terra con le sbarre. 

UN ARTICOLO DEL CONSIGLIERE REGIONALE DEI VERDI, PEPPE MARIANI.

È stato orrore puro quello che ho vissuto venerdì con Maria Antonietta Grosso, presidente della commissione Politiche sociali, nel corso della visita a Rebibbia femminile durante il giro delle strutture penitenziarie della regione.

Il carcere femminile sta scoppiando: più di 400 detenute occupano uno spazio che potrebbe accoglierne 270; oltre la metà sono straniere: cinesi, africane, e parlano solo la propria lingua.
Per queste donne pagare la colpa si traduce nell’assenza totale di rapporti sociali e affettivi, perché non ci sono traduttori.

Il personale penitenziario è sott’organico e lavora con estrema difficoltà, fa turni da massacro e non arriva comunque a garantire il minimo livello qualitativo, nonostante competenze soggettive di intervento a tutto tondo in ambito istituzionale, amministrativo, burocratico, sanitario.

Ho registrato l’assenza totale di ogni forma di sostegno; i mediatori culturali mancano da un anno; i volontari spesso non sono professionalizzati e creano aspettative inevitabilmente disattese con conseguenze drammatiche: dolore, rabbia, depressione, esplosioni di violenza.

La condizione sanitaria è devastante, nell’inferno Rebibbia femminile.
Molte detenute sono tossicodipendenti o prostitute che convivono, a volte inconsapevoli, con la malattia; spesso il loro stato di salute si intercetta per la prima volta solo in carcere; le malattie da contagio in aumento esponenziale, il sovraffollamento, le condizioni di vita inumane, determinano uno stato di rischio elevatissimo.

Il livello di attenzione sanitaria dovrebbe essere un “codice rosso” e invece è spesso intralciato dalla stessa burocrazia: se si salta una lastra, perché manca una firma o non c’è personale per condurre la detenuta a farla, possono passare anche mesi prima che sia possibile ottenere di nuovo la prestazione sanitaria.

Ho incontrato una donna con aids conclamato e il ventre gonfio per un carcinoma. L’incompatibilità con il regime penitenziario è più che evidente, ma manca un documento che lo dimostri e per il magistrato, ligio alla scienza del diritto, è “conditio sine qua non” per decidere della sua vita. Quindi lei rimane in carcere, esponendo sé stessa al dolore e le altre al rischio quotidiano del contagio; il suo diritto alla salute, alle cure è violato.

Ho incontrato una ragazza che non ha potuto fare il colloquio con il suo uomo, detenuto al “maschile”, perché non c’era personale che potesse accompagnarla fino al parlatorio, a pochi metri di distanza; il suo diritto all’affettività è mutilato.

Le donne detenute non sono “grandi criminali”. Sono emigranti, tossicodipendenti, o, comunque, colpevoli di piccoli reati; sono persone anziane, che lavorano a maglia e cercano di tenere la cella pulita, di costruirsi un angolo di vita normale in un ambiente degradato e fatiscente, di simulare come possono una vita decente che è loro negata.

Le donne detenute sono spesso l’anello più fragile di una catena di delinquenza familiare; pagano le azioni scellerate degli uomini della loro famiglia, la subordinazione imposta dalla crudeltà maschile, espiano la colpa dello stato di dipendenza nell’affetto parentale. Il disagio sociale si respira insieme all’odore delle malattie e della convivenza forzata in spazi insufficienti.

Ci sono i bambini nel carcere femminile: ce ne sono 16, ora. Il più piccolo ha 20 giorni, sua madre 19 anni. I bambini vivono in galera e quando, al compimento dei tre anni, vengono allontanati dalle madri, nessuno si occupa di loro, degli effetti psicologici della detenzione e del distacco; dopo la separazione è difficilissimo per la madre rivedere il proprio figlio, affidato di frequente a case famiglia o a parenti che per distanza, deprivazione economica, affettiva o sociale, non sono in grado di mantenere il rapporto con la detenuta.

Le detenute dello “speciale” non urlano, non gridano i propri bisogni, non convivono con malattie tremende; loro chiedono che vengano mantenute le promesse, come i corsi professionali o quello di alfabetizzazione informatica; domandano di non dover pagare le tasse universitarie, che comprendono tra l’altro, anche una quota di tassa regionale; vorrebbero riferimenti certi e non parole di impegno senza riscontro reale fatte da politici in passerella che, ogni tanto, le vanno a trovare.

Come Virgilio nel suo viaggio negli inferi, girone dopo girone, ho incontrato le colpevoli nel loro castigo; ma io non sono un poeta, e lo stupore è diventato partecipazione, la partecipazione tormento, il tormento indignazione.

Come si può essere arrivati a questi livelli punitivi di tribolazione e di sfiducia?
Come possono gli esperti del dolore e della prevenzione fare convegni senza avere la misura dell’ingiustizia e del rischio che si corre (che corriamo tutti noi, che crediamo di far parte di una società civile) di assistere impotenti ad esplosioni di rabbia e aggressività per reazione ai diritti negati?
Come è possibile aver visto quest’inferno senza uscirne sconvolti e indignati, senza vergognarsi di non fare nulla?

È ormai irrimandabile istituire un osservatorio regionale sulle carceri che abbia come protagonisti principali coloro che vivono il carcere quotidianamente, detenuti e operatori.

La Regione dovrà accertare con la struttura del Garante, depositaria anche di funzioni di budget e bilancio, tutto quello che viene fatto e non fatto; dovrà verificare le condizioni di vita delle detenute e dei detenuti e l’attuazione e la validità di corsi professionali finalizzati al reinserimento e al recupero di autostima e dignità.

Un´interrogazione al Consiglio regionale, la richiesta di un consiglio straordinario con la presenza del Garante e degli assessori sarà il mio primo, immediato, passo per scrivere la parola fine alla galera della vergogna, dell’isolamento, della malattia, della deprivazione.

Nessun peccato è tanto grave da dover essere pagato con l’inferno in terra.

Novembre 2005 PEPPE MARIANI