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Antigone: attivare Ufficio per il trattamento delle detenute

Antigone: attivare Ufficio per il trattamento delle detenute

 

Il Paese delle donne, 9 febbraio 2006

 

L’Associazione Antigone chiede al Governo di mantenere gli impegni assunti e presenta una ricerca sulla popolazione reclusa femminile. Le donne detenute in Italia sono il 4,8% della popolazione reclusa: 2.858 su 59.125, i dati sono dell’Amministrazione Penitenziaria.

I reati più frequenti sono quelli di violazione del patrimonio (1.497) e della legge sulla droga (917). I dati, utili a fotografare il fenomeno, non rendono conto delle sue specificità di genere. Secondo Susanna Marietti (Antigone), istituire un Ufficio per il trattamento delle detenute garantirebbe "attenzione specifica, risorse specifiche e competenze specifiche". Le peculiarità chiamate in causa da Antigone riguardano, oltre le differenze di genere, "la composizione giuridica e sociale delle detenute": una minoranza (4,8%) della popolazione reclusa, tendenzialmente di scarsa pericolosità sociale, recidiva, e cresciuta in contesti di esclusione e marginalità.

A questo si aggiunge la stigmatizzazione familiare e sociale cui va incontro una detenuta, in misura maggiore che di un uomo. Viste le premesse, in assenza di progetti specifici e di politiche di più ampio respiro - conclude Marietti - il carcere rischia di essere per le donne un "circolo vizioso, fatto di esclusione sociale, detenzione e nuova e più profonda esclusione sociale".

La soluzione proposta da Antigone e approvata come ordine del giorno dalla Camera il 20 luglio, in sede di esame del ddl 4636 sull’Ordinamento Giudiziario, è l’istituzione presso il Dap di un Ufficio per il trattamento delle donne detenute.

"Ci auguriamo che entro fine legislatura ci sia spazio per questo provvedimento" dichiara il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Gli fanno eco, tra i parlamentari presenti, Tana de Zulueta e Erminia Mazzoni. Ma nei fatti si tratta di una misura amministrativa il cui iter, chiosa sarcasticamente Daniele Capezzone "prenderebbe 10 minuti".

Per istituire la nuova struttura è infatti sufficiente che il Ministro della Giustizia Roberto Castelli firmi un decreto ministeriale, su richiesta del direttore del Dap Giovanni Tinebra. Ad oggi però né l’uno né l’altro hanno formalmente preso posizione in merito. Il decreto rischia di non essere approvato entro fine legislatura, ma le carte da giocare non sembrano esaurite. È infatti in via di presentazione alla Commissione sulle libertà civili del Parlamento Europeo una risoluzione proposta da Antigone e un cartello di associazioni per i diritti dei detenuti che impone a ogni Stato membro di "creare un Dipartimento specifico per le donne nella sua amministrazione penitenziaria".

In Italia gli istituti interamente femminili sono 7 (Trani, Pozzuoli, Rebibbia, Perugia, Empoli, Genova e Venezia) a fronte di 62 carceri maschili che ospitano al loro interno sezioni per le detenute. La distribuzione dell’esigua popolazione detenuta femminile (2.493 al 31 dicembre 2003) indurrebbe a sottovalutare l’incidenza sulle sezioni femminili del sovraffollamento delle carceri.

I dati delle singole strutture mostrano tuttavia casi in cui le donne sono anche il doppio del numero previsto: accade a Forlì, Brescia, Pozzuoli. Gli ingressi in carcere nel 2003 hanno interessato 7.250 donne, 3.504 italiane e 3.646 di altri Paesi. Tra le straniere prevalgono quelle originarie di America latina, Africa sub-sahariana, ex-Jugoslavia e Romania. Metà delle detenute è single (1.292), 702 sono sposate, 158 vedove, 126 divorziate e 205 separate legalmente. L’1,9% è laureata, il 13,2% ha un diploma, il 37,8% la licenza media e il 20,6% quella elementare. Non ha titoli di studio il 9,5% ed è analfabeta il 5,6%. La maggior parte delle donne (60%) è condannata a pene fino a un massimo di 5 anni, con un’elevata incidenza di recidive.

La questione delle donne in carcere pone inevitabilmente la questione delle madri in carcere. Erano 52 nel 2004, dato stabile negli anni. Per loro l’Ordinamento Penitenziario prevede speciali asili nido dietro le sbarre, attualmente sono 17. In materia è ancora scarsamente applicata la legge 40/01 recante "Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori". Il numero delle donne che ne usufruisce è esiguo. Rimangono infatti escluse dai benefici le detenute in attesa di giudizio, le straniere senza fissa dimora e le donne condannate per reati legati alle droghe illegali, per le quali è alta la probabilità di reiterazione del reato. Secondo i dati raccolti nel 2003 (incompleti, ma indicativi) hanno usufruito di questa legge 2 detenute a Firenze, e 0 a Vercelli, Pozzuoli, Perugia, Messina, Torino e Foggia.

Per le detenute straniere persiste, con la normativa vigente, il procedimento di espulsione a fine pena, che non tiene conto dell’inserimento socio-lavorativo delle stesse, né della presenza di figli minori. Negli ultimi due anni infine sono stati 3 i casi di suicidi di donne recluse.

La proposta di Antigone di istituire un Ufficio specifico per le detenute è in linea con quella del Mip project (Women integration & prison) che, dopo aver svolto una ricerca in 6 Paesi europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Galles, Ungheria) ha presentato alla Commissione libertà civili del Parlamento Europeo una bozza di risoluzione per imporre agli Stati Membri dell’Ue l’adozione di specifici dipartimenti per il trattamento delle detenute.