
di Giulio Salierno
Cultura e società
di Giulio Salierno (2006)
Il concetto di cultura, insieme a quello di società, è una delle nozioni più largamente usate in sociologia, nei mass-media, nelle comuni conversazioni. Merita, dunque, qualche parola di spiegazione.
La cultura consiste nei valori che i membri di un dato gruppo condivono, nelle norme che rispettano e nei beni materiali che producono. I valori sono ideali astratti, mentre le norme sono determinati principi o regole che gli individui sono tenuti ad osservare. Le norme rappresentano ciò che nella via sociale si deve o non si deve fare. Così la monogamia – il restare fedeli a un unico coniuge – costituisce un valore fondamentale nella maggior parte delle società occidentali. In molte altre culture, invece, è concesso a una persona di avere diversi mariti o mogli nello stesso tempo. Le norme di comportamento relative al matrimonio comprendono, a esempio, i modi in cui uno dei due coniugi deve comportarsi verso i parenti dell’altro. In alcune società ci si attende che moglie e marito sviluppino uno stretto rapporto con in propri suoceri, in altre che mantengano un netto distacco.
Quando si usa il termine cultura nella normale conversazione quotidiana, si pensa spesso alle cose più alte della mente: l’arte, la letteratura, la musica, la pittura. Nell’uso sociologico, o, se si preferisce, scientifico, il concetto comprende tali attività, ma anche molto di più. La cultura si riferisce ai modi di vita dei membri di una società o di gruppi all’interno di una società. Essa include i modi di vestire, le consuetudini matrimoniali, la vita familiare, i modelli di lavoro, le cerimonie religiose e l’uso del tempo libero. Essa comprende anche le merci che vengono prodotte e che per quella società rivestono un particolare significato: archi e frecce, aratri, fabbriche e macchine, computer, libri, abitazioni.
La cultura si può concettualmente distinguere dalla società, ma tra le due nozioni esistono rapporti molto stretti. Una società è un sistema di interrelazioni che unisce fra loro degli individui. Nessuna cultura potrebbe esistere senza una società. Ma, analogamente, nessuna società potrebbe esistere senza una cultura. Senza cultura sarebbe del tutto impossibile definirci umani nel senso in cui abitualmente intendiamo questo termine. Non avremmo nessun linguaggio con cui esprimerci, nessun senso si autocoscienza, e la nostra capacità di pensare e argomentare razionalmente risulterebbe severamente limitata.
Ma chi stabilisce ciò che è giusto e ciò che non lo è? Cosa si deve produrre e cosa invece non si deve fabbricare? E così via. Gli unici punti a cui possiamo fare riferimento per rispondere a queste domane dono l’economia e il potere. In altri termini, il sistema in cui viviamo ha l’esigenza di imporre una socializzazione funzionale alla sua struttura di potere, al suo insieme di norme e valori culturali, in una parola alla sua ideologia.
Tale socializzazione viene gestita e gradualmente propinata attraverso un continuum di istituzioni tra loro correlate da un nesso di violenza-autorità più o meno manifesta (famiglia, scuola, chiesa, fabbrica, esercito, istituzioni totali). Questa diversificazione istituzionale, in stretta relazione con i modi e i mezzi con cui tale violenza viene esercitata, ha lo scopo di mediare la violenza nel tempo e nello spazio. Ma il grado e l’intensità con cui la violenta socializzazione istituzionale viene somministrata sono direttamente correlati al bisogno di velare e di mascherare il processo. Cioè, c’è il tentativo di fare accettare le norme e i valori dell’ideologia dominante in modo non necessariamente o chiaramente autoritario (tolleranza repressiva).
Insomma, il controllo istituzionale procede da un minimum a un maximum di violenza esercitata. Il minimum (scuola, famiglia, ecc.) è strutturato come negazione del maximum, cioè come norma etica morale la cui validità e accettazione vengono date per scontate (validazione dogmatica). Il maximum (istituzioni dell’esclusione: fa male, è brutto, è criminale, eccetera – l’estremo è rappresentato dal carcere) rappresenta una continua minaccia, un continuo ricatto, un’inibizione, un estremo tentativo di socializzare-risocializzare non tanto gli esclusi (tossicodipendenti, prostitute, trans, detenuti, barboni, eccetera), considerati comunque fuori dalle righe, fuori margine, quanto chi tende (con più o meno coscienza politica) a contrapporsi alle norme precostituite. E, pertanto, si finanzieranno - nei limiti del politicamente possibile - film, libri, giornali, mostre, spettacoli tv, eccetera, eccetera di un certo tipo e non di un altro. E la libertà di espressione, con la parola, lo scritto, l’immagine, costituzionalmente garantita dove va a finire? Esattamente dove immagina il lettore.