
di Giulio Salierno
Abolire la tortura del carcere
di Giulio Salierno (2006)
Si dice: "Il carcere è sempre esistito. E poi, del resto, dove potremmo mettere i delinquenti?". Ciò rappresenta un chiaro alibi giustificatorio che mira a perpetrare nel tempo l’esistenza di un’istituzione che, quanto a disumanizzazione totalizzante, generalizzata e normativizzata da tutto l’apparato giuridico borghese non ha precedenti nella storia ( e nella preistoria). L’equivoco nasce dall’errata identificazione di fenomeni assai diversi tra loro: il carcere come edificio atto a custodire persone in attesa di altro destino, e dove comunque non si scontano pene, è stato falsamente identificato con la reclusione, intesa come pena istituzionalizzata. La quale, invece, è solo con il secolo XVII che assume una rilevanza sociale, politica ed economica che prima non aveva mai avuto.
Il radicale mutamento delle strutture economiche di base determinò allora l’avvento di una nuova sovrastruttura: l’internamento istituzionalizzato. E sono oggi i nuovi, rivoluzionari cambiamenti delle strutture economiche di base, causati dall’ingresso dell’elettronica (in particolare, nella sua veste di sapere informatizzato) in tutti gli aspetti della vita a segnare la morte del sistema penale basato sulla reclusione. Un sistema, ormai obsoleto, un "mostro" istituzionale - vero e proprio mangia uomini - che divora tutti coloro che hanno a che fare con esso: in primo luogo, i detenuti, ma anche gli agenti penitenziari e i membri dello staff dirigente. E gli effetti letali del carcere si propagano dall’interno dell’istituzione alla società tutta.
È inutile, penoso, invocare prigioni e manette - come accade in questi giorni - contro i camorristi che si scannano a vicenda, senza tenere conto non solo del contesto sociale in cui questi uomini vivono, ma anche di come essi, le loro famiglie, i loro amici, siano stati segnati, anzi marchiati a fuoco dal contatto, diretto o indiretto, col mondo del carcere.
E pretendere di conservare la prigione, imbellettarla con ridicole riforme di facciata (quando e se ci sono), è utopia allo stato puro, imbroglio ai danni della credulità della gente. Non è mettendo i cessi al posto dei buglioli che si trasforma il carcere. Ci vuole ben altro! È anzi necessario, urgente, cominciare a porsi il problema del superamento dell’istituzione penitenziaria, del suo essere un inutile, pericoloso residuato bellico, che con la sua stessa esistenza è fabbrica di criminalità e di follia.
L’utopia consiste nel conservare aspetti di una realtà la cui essenza, il cui nucleo centrale è l’evolversi, il mutare e non l’essere o lo stare. Questo è il dramma del riformismo senza riforme. Illudersi, sognare di preservare con qualche ritocco alle rughe ciò che il tempo, gli eventi, il fluire della storia ha ormai definitivamente superato. Il "Gattopardo" sapeva che perché nulla cambi, tutto deve cambiare. Viva la faccia! Siamo in presenza di una lucida intelligenza reazionaria, non di un balbettio burocratico incapace di vedere al di là del proprio naso.
Nessuno pensa che si possa vivere in un paradiso qui in terra. Ma parlare di una abolizione-dissoluzione della pena della reclusione non è un’utopia fine a se stessa, un sogno a occhi aperti.
Così come parlare, razionalmente, della trasformazione del mondo in cui viviamo, non è affatto deviare il discorso dalla realtà di cui siamo parte; anzi, è l’unica strada che possa consentirci di continuare a vivere, o convivere, tra noi e per noi. È un’esigenza, l’unico realismo possibile.
E altrettanto vale per le carceri. Parlare di abolirle, non è utopia. Ma, al contrario, iniziare a discutere (e lavorare) di una questione che oggi è molto vicina alla realtà.
Infatti, ai giorni nostri esiste la possibilità concreta del superamento della reclusione. Abbiamo cioè gli strumenti, i mezzi e le tecnologie scientifiche per cancellare dal nostro orizzonte culturale, politico e civile il carcere. È tempo, infatti, che si getti l’intero sistema penitenziario nella pattumiera della storia.