
L´emergenza dei diritti: oltre le carceri e la legislazione speciale
Vincenzo Scalia
Io vorrei guardare
il pozzo di San Patrizio
delle vostre democrazie
LEO FERRE´
La situazione attuale delle carceri italiane grida vendetta sotto vari aspetti: il sovraffollamento, la sovrarappresentazione dei migranti, l´alta percentuale di tossicodipendenti, la carenza di risorse e di politiche mirate al reinserimento sociale dei detenuti (Mosconi-Sarzotti, 2004). Che il carcere sia diventato la vera e propria discarica sociale dell´Italia contemporanea, lo si ripete da molto tempo e da molte parti (Anastasia-Gonnella, 2002). Anche in Italia, come nei principali paesi dell´Occidente, il carcere, accantonata ogni retorica correzionalista, si è trasformato nel principale strumento di governo dei conflitti sociali, o come sostengono alcuni autori (De Giorgi, 2002), delle eccedenze.
Sospinti dal montare dell´onda securitaria, fomentati dalla ricerca di voti facili da parte di entrambi gli schieramenti, catalizzati dalla ricerca disperata di una legittimità popolare sempre più sfuggente da parte dell´attuale maggioranza, negli ultimi anni sono stati approvati e proposti diversi provvedimenti di impronta chiaramente repressiva: le leggi sull´immigrazione, il pacchetto sicurezza, la cosiddetta proposta Fini sulle droghe, la legge Cirielli. La repressione, la reclusione, la restrizione, la marginalizzazione, l´esclusione, rappresentano la cifra del discorso politico attuale. Migranti, tossicodipendenti, devianti, rappresentano pericoli da isolare dal resto della società e da loro stessi, onde disinnescare in partenza una miscela esplosiva. CPT, lazzaretti gestiti da San Patrignano, carceri privatizzate, si candidano a divenire elementi insostituibili del paesaggio fisico e politico italiano dei prossimi anni. Qualora il "pericolo" del terrorismo islamico si trasformasse in qualche cosa di più, non è da escludere l´istituzione di leggi e strutture detentive speciali per questa categoria di nemici pubblici.
Carceri speciali, leggi speciali, giustificati attraverso periodiche emergenze, scandiscono la vicenda della repubblica italiana del dopoguerra. Il risultato, il più delle volte, è stato disastroso. I problemi che si pretendeva affrontare non sono stati risolti, e si sono creati all´interno del sistema penale dei precedenti sui quali ricalcare provvedimenti i cui effetti sono stati la contorsione ed il restringimento delle garanzie tipiche dello Stato di Diritto. La mancata attuazione delle garanzie costituzionali, le deroghe continue ai principi di uguaglianza di fronte alla legge, della presunzione di innocenza, della responsabilità individuale in nome delle emergenze, saranno l´oggetto di questo mio contributo. La mia analisi si svilupperà a partire dal concetto di sistema penale, con il quale definisco il complesso di leggi, istituzioni, politiche pubbliche, che, all´interno di un dato contesto storico-sociale, presiedono al mantenimento degli equilibri della vita pubblica di una entità politica. La creazione e i mutamenti all´interno del sistema penale si producono in seguito ai conflitti che attraversano il corpo sociale. Le leggi riguardano sia la Costituzione, sia la legislazione ordinaria e ad hoc. Le istituzioni comprendono le articolazioni degli apparati statuali sia dal punto di vista preventivo (forze dell´ordine) che sotto l´aspetto repressivo (magistratura, amministrazione penitenziaria). Le politiche pubbliche riguardano le scelte che i vari governi compiono relativamente al sistema penale. Tali scelte vanno comprese in relazione alle forze sociali che i governi in carica rappresentano e ai conflitti che sorgono in determinate fasi storiche. La realizzazione di una genealogia delle emergenze porterà a concludere che il loro risultato è stato di produrre un´unica vera emergenza, quella dei diritti. Terminerò indicando le possibili strade da intraprendere per superarla.
2.La prima emergenza: il pericolo rosso
Carl Schmitt (1982), sostiene che il sovrano è colui che decide nello stato di eccezione. A partire dal dopoguerra, i diversi governi repubblicani, hanno articolato la loro azione a partire da "emergenze" che ricordano da vicino le prerogative della sovranità tratteggiate dal pensatore tedesco. L´Italia uscita dalla guerra è attraversata da una rilevante frattura di legittimità. La DC ed il PCI, le due principali forze politiche, si identificano con le due sfere di influenza che egemonizzano lo scenario politico a livello internazionale (Ginsborg, 1990). Le forze conservatrici guardano con preoccupazione la crescita delle spinte dal basso in direzione di un rinnovamento radicale della società e della politica italiana. Dallo scontro dei primi anni della repubblica ne usciranno comunque vincitrici, identificandosi sempre più con lo schieramento centrista. I governi di questa coalizione, consapevoli di non godere della piena legittimazione in seno alla società italiana, utilizzano la leva giudiziario-penale con lo scopo di stabilizzare il quadro politico complessivo. In primo luogo, viene tralasciato l´adeguamento del codice penale e di procedura penale al dettato costituzionale (Neppi Modona, 2004), che garantisce l´esercizio delle libertà civili e politiche a tutti i cittadini. Diviene così possibile la repressione del dissenso e la condanna di attivisti politici e sindacali sulla base del codice Rocco, varato in piena epoca fascista (1931). In secondo luogo, alla mancata epurazione degli apparati statali dal personale compromesso con la dittatura, si accompagna la scelta di non operare una riforma di ampio respiro rispetto alla struttura e alle funzioni della polizia. Le forze dell´ordine, in nome della "libertà del lavoro", godono in questa epoca di ampie prerogative di presidio del territorio, pedinamenti, perquisizioni di attivisti politici, repressione violenta delle manifestazioni di piazza, che si concreterà negli oltre 100 morti tra il 1948 ed il 1953 (Della Porta-Reiter, 2003). Sotto la ferma direzione del Ministro degli Interni Mario Scelba, entra in funzione il famigerato reparto celere, che si distingue per il piglio marcatamente repressivo con il quale gestisce le pubbliche dimostrazioni. Il nocciolo duro della politica dei governi centristi è caratterizzato dalla repressione ai fini della prevenzione. Per questa ragione si lavora in direzione di un rafforzamento delle forze dell´ordine, facendo leva sulla domanda di ordine pubblico che proviene in particolare dai ceti medi e dai segmenti della società italiana preoccupati del radicamento delle sinistre nel vivo del tessuto sociale. Di conseguenza, il terzo elemento qualificante delle policies centriste consiste nella scelta di non intervenire sulla sfera carceraria. I vecchi ordinamenti penitenziari rimangono in piedi, e il dettato costituzionale che prescrive la connotazione risocializzante della pena rimane lettera morta. L´impostazione centrista rimarrà in piedi fino alla fine degli anni sessanta, quando la fioritura di nuove soggettività (Moroni-Balestrini, 1998) sfocerà in una nuova stagione di conflitti sociali dirimenti, dai quali si produrranno mutamenti significativi all´interno del sistema penale italiano, e una nuova stagione dell´emergenza.
3.Gli anni settanta tra riforme e repressione: l´emergenza terrorismo
Nel biennio compreso tra il 1968 ed il 1969, la patina idilliaca del boom economico si frantuma definitivamente, incapace di reggere i sussulti dei movimenti operai e studenteschi. E´ l´inizio di un decennio controverso. Da un lato, la spinta innovatrice delle fabbriche e delle università pervade la società italiana, favorendo la germinazione di nuove soggettività sociali: il femminismo, l´antimilitarismo, i movimenti che si oppongono alle istituzioni totali, le carceri e i manicomi in primis. Dall´altro lato, le paure della cosiddetta maggioranza silenziosa si sposano con le esigenze della realpolitik internazionale, che voglio l´Italia collocata stabilmente nel campo atlantico. Il risultato è la reazione ai movimenti sociali con una politica fondata sull´esacerbazione dei conflitti attraverso la repressione e la paura, più nota come Strategia della Tensione. Dal 12 dicembre 1969, con la strage di piazza Fontana, fino al 2 agosto 1980, con la strage di Bologna, questi eventi tragici, ancora impuniti ma nella cui preparazione ed esecuzione la responsabilità di pezzi importanti degli apparati di Stato è ormai accertata (Ferraresi, 1998, Boatti, 1999, Bettin-Dianese, 2000), sconvolgono la vita pubblica. Da un lato, producono il riflusso di quei settori moderati della società che guardavano con interesse alle spinte innovative. Dall´altro, alienano senza possibilità di ripensamento alcuno la fiducia nelle istituzioni democratiche dei settori più politicizzati e radicali del movimento (Segio, 2005).
La radicalizzazione degli scontri di piazza prima, la lotta armata poi, forniscono il destro per una ristrutturazione marcatamente repressiva del sistema penale, facendo passare in secondo piano i provvedimenti marcatamente innovatori della metà degli anni settanta. Nel 1975 viene approvato il nuovo ordinamento penitenziario, che riconosce per la prima volta nella storia repubblicana i diritti dei detenuti e la possibilità di accedere ad alcuni benefici di legge. Due anni dopo viene compiuto il primo passo verso lo smantellamento della giustizia minorile così come era stata istituita dal regime fascista nel 1934 (Ceretti, 1995). Il varo di questi provvedimenti risente in misura non secondaria della spinta dei movimenti e delle lotte condotte all´interno delle carceri, che pongono all´attenzione dell´opinione pubblica la situazione disumana delle carceri italiane (Ricci-Salierno, 1971; Ruggiero-Gallo, 1982). Il 1978, sulla stessa scia, vede l´approvazione della legge 180, che sancisce la fine degli ospedali psichiatrici e delle loro pratiche coercitive spersonalizzanti. Nello stesso anno viene legalizzato l´aborto, spingendo in avanti il percorso di emancipazione della donna che era cominciato alcuni anni prima con l´introduzione del divorzio e la riforma del diritto di famiglia.
La nuova stagione dell´emergenza, cominciata come reazione alla nuova stagione dei movimenti del 1977 e catalizzata dalla tragica vicenda del presidente democristiano Aldo Moro, oltre a vanificare la portata innovativa dei provvedimenti sopraccitati, sortisce anche l´effetto di bloccare nuove e più efficaci riforme del sistema penale. Soprattutto, la cosiddetta "emergenza terrorismo" inaugura la stagione delle leggi speciali, segnando alcune tendenze significative che estendono la loro influenza fino all´epoca attuale. A differenza degli anni precedenti, le policies relative al sistema penale si connotano per un approccio onnicomprensivo, che si dispiega attraverso l´intensificazione dell´azione repressiva delle forze dell´ordine, l´intervento sulla legislazione penale con l´introduzione di una legislazione speciale e di meccanismi premiali, la creazione di strutture detentive ad hoc per gli esponenti dei gruppi armati, la mobilitazione dell´opinione pubblica a difesa delle "istituzioni democratiche" che vede il coinvolgimento attivo di partiti e organizzazioni di massa della sinistra storica, nel clima del cosiddetto "compromesso storico".
Polizia e carabinieri continuano a distinguersi nella repressione di piazza, come in occasione dell´ uccisione di Francesco Lorusso a Bologna, nel marzo del 1977 e di Giorgiana Masi a Roma nel maggio 1977. Quest´ultimo episodio rappresenta l´acme della politica di contrapposizione frontale promossa dall´allora Ministro dell´Interno, Francesco Cossiga, che all´indomani dei fatti di Bologna arriva a proibire le manifestazioni di piazza (Della Porta, 1998). All´azione repressiva tradizionale, si affianca il lavoro dei corpi speciali istituiti all´interno delle forze dell´ordine all´indomani della vicenda Moro. Dai NOCS ai reparti antiterrorismo dei Carabinieri, l´azione di questi corpi si caratterizza per una efficienza perseguita con metodi raramente assoggettati a criteri di rispetto nei confronti degli esponenti della lotta armata, presunti o effettivi, oggetto dell´azione repressiva. Episodi come quello di via Fracchia a Genova (Mosca-Rossanda, 1994), o di Verona dopo la liberazione del generale Dozier (AA.VV., 1995), pongono forti dubbi in merito a modalità operative assimilabili a quelle di corpi paramilitari.
Il nocciolo duro dell´emergenza terrorismo, è relativo alle modifiche sostanziali apportate alla legislazione penale. All´indomani dell´uccisione di Aldo Moro, vengono introdotti i primi provvedimenti che derogano sui diritti degli indagati e sul principio della presunzione di innocenza. Le forze dell´ordine possono trattenere i sospetti senza informare l´autorità giudiziaria per 48 ore, e senza che i fermati possano informare i familiari o contattare il proprio legale di fiducia. Segue la possibilità da parte dei magistrati di estendere la carcerazione preventiva laddove riscontrino la sussistenza di indizi significativi relativi alla colpevolezza dell´indagato. Le pene per i reati ascritti agli imputati vengono maggiorate di un terzo, e il principio della responsabilità individuale va in frantumi con l´abuso dell´imputazione dei reati associativi. Bisogna sottolineare che l´introduzione di queste misure avviene all´interno della legislazione penale ordinaria, senza mai riconoscere agli imputati dei fatti di terrorismo lo status di prigionieri politici. Sulla stessa falsariga, il legislatore introduce la legislazione premiale in favore dei collaboratori di giustizia, o "pentiti". Al di là della fondatezza delle rivelazioni di alcuni collaboratori, che a volte finirà per partorire inchieste giudiziarie tanto sterili sul piano penale quanto devastanti ai danni del movimento (come il caso "7 aprile", Bocca, 1979), la legislazione premiale sorvola ancora una volta sull´uguaglianza di fronte alla legge, nella misura in cui persone responsabili di reati particolarmente gravi vengono messe in libertà sulla base del loro "pentimento", laddove altri, con responsabilità minori, si trovano a scontare condanne spropositate, irrogate sulla base della legislazione speciale.
L´emergenza antiterrorismo aggiunge un´ ulteriore lacerazione nel sistema di garanzie previste dall´ordinamento repubblicano. Alla discrepanza tra dettato costituzionale democratico e legislazione penale risalente al fascismo, si affianca la perdita di omogeneità del sistema penale. La distinzione tra reati di natura politica e fatti penali ordinari, produce una segmentazione all´interno del sistema penale italiano, che, oltre a derogare sul principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, crea dei pericolosi precedenti sul cui solco, negli anni successivi si innestano altri provvedimenti legislativi speciali. La stessa tendenza si produce anche nel versante relativo alle strutture detentive. La creazione delle carceri speciali, oltre a spezzare il fronte di lotta che si era creato negli anni settanta in seguito alla collaborazione tra "comuni" e "politici", produce una forte limitazione dei diritti di questi ultimi. Trani, Palmi, Asinara, oltre ad ospitare alcune rivolte, diventano nomi famosi anche a livello internazionale, provocando l´attenzione verso l´Italia da parte di prestigiose organizzazioni internazionali di tutela dei diritti umani, come Amnesty International.
L´opinione pubblica italiana, a parte alcuni settori minoritari, risulta indifferente, quando non condiscendente, nei confronti delle misure intraprese per fronteggiare la cosiddetta "emergenza antiterrorismo". In un clima politico profondamente segnato dal compromesso storico tra i due principali partiti, la questione dell´ordine pubblico si trasforma in uno dei punti di convergenza dei due schieramenti, tradizionalmente avversari. In un paese scosso dalla crisi economica e dalla crisi di legittimità che affligge una classe politica travolta dagli scandali, la lotta al terrorismo assurge al ruolo di nuova frontiera della legittimazione della sovranità. A differenza delle altre emergenze, questa si contraddistingue per la presenza attiva nella sua gestione di tutte le forze politiche presenti all´interno dell´arena parlamentare. Anche di quelle, e questo è il dato più significativo, come il PCI e l´MSI, che fino a pochi anni prima erano considerati dai vari governi come forze anti-sistema. Anche questa tendenza si protrarrà negli anni successivi, dapprima nel caso della lotta antimafia, poi nel corso della crisi di Tangentopoli e nel securitarismo. Dalla fine degli anni settanta in poi, l´opinione pubblica italiana abdica per sempre al suo ruolo di spazio di controllo e critica del potere che alcuni eminenti autori (Habermas, 1971, Bobbio, 1989) ritengono esiziale ai fini della vitalità democratica di uno Stato. Da allora in poi si produrranno dibattiti oscillanti tra il populismo ed il legalitarismo, poco attenti alle questioni dei diritti e delle garanzie individuali all´interno del sistema penale e finalizzati a focalizzare nuovi potenziali "emergenze" attorno alle quali produrre campagne di moralità e moralizzazione.
Esaurita la fase della lotta armata, più per la sconfitta dei movimenti sociali e delle istanze di rinnovamento che per l´azione repressiva, la frontiera dell´emergenza si sposta verso sud, diretta verso la criminalità organizzata, e, in particolare, verso la mafia siciliana.
4.La mafia o l´emergenza intermittente
Nella storia italiana, la criminalità organizzata, ed in particolare la mafia siciliana, si connotano all´interno del dibattito politico come veri e propri fenomeni carsici, che si inabissano e riaffiorano a seconda della situazione contingente (Dickie, 2005). Dal caso Noarbartolo (1894) fino alle stragi del 1992, passando per Portella della Ginestra (1947) e per la strage di Ciaculli (1963), l´attenzione della società italiana verso la questione mafiosa si è strutturata in funzione di eventi particolarmente eclatanti o della mancanza di altri temi particolarmente rilevanti all´interno dell´arena politica. Il 9 maggio 1978, il militante di Democrazia Proletaria Giuseppe Impastato viene trovato morto sui binari della ferrovia di Cinisi. La matrice mafiosa del delitto, dimostrata alcuni anni dopo (Santino, 1999), viene all´inizio trascurata. In parte la coincidenza dell´evento con la tragica conclusione della vicenda Moro, in parte la militanza di Impastato in un gruppo di estrema sinistra, fanno passare il fatto inosservato, quando non lo fanno assimilare ad una fallita azione terroristica (Vitale, 2002).
Il 3 settembre del 1982, con l´omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l´emergenza-mafia ascende alla ribalta politica nazionale. Ad agevolare questo processo concorrono il declino dell´eversione di sinistra e l´efferatezza del delitto, che pure non è il primo dei cosiddetti "delitti eccellenti", e si verifica nel periodo di una cruenta guerra all´interno dell´organizzazione criminale, che imperversa violenta da un paio di anni. Tuttavia, l´omicidio dalla Chiesa contribuisce a catalizzare un´attenzione nazionale ed internazionale sul fenomeno mafioso che, in relazione ad altri eventi, durerà fino alle stragi dell´estate del 1992 ed al successivo arresto degli esponenti della cosiddetta "ala militarista" di Cosa Nostra: la strage Chinnici (1983), la storica confessione di Tommaso Buscetta (1984), il maxiprocesso alla mafia (1986), gli scontri all´interno del palazzo di giustizia di Palermo (1989). Malgrado l´introduzione della legge Gozzini (1986) con i conseguenti benefici per i detenuti, la riforma della giustizia minorile che limita drasticamente l´uso della risorsa penale nei confronti dei minori, la riforma del codice di procedura penale del 1989 (col passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio), la nuova emergenza tiene banco, segnando ulteriori arretramenti sul versante dei diritti.
L´emergenza-mafia, in larga parte, viene gestita con modalità affini a quelle adottate nei confronti dell´eversione politica. L´introduzione del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, attraverso l´articolo 416bis del codice penale, è in linea con la scelta del decennio precedente di concentrarsi sui reati associativi e di restringere la responsabilità individuale e le conseguenti garanzie nei confronti del singolo. Se da un lato le inchieste accertano l´esistenza di organizzazioni criminali radicate sul territorio e pericolose proprio in virtù della loro strutturazione, dall´altro lato il 416bis non sempre permette di distinguere tra i diversi livelli di responsabilità, sia all´interno delle organizzazioni stesse, sia relativamente a imputati che orbitano attorno alla criminalità organizzata pur senza farne parte.
L´altra affinità tra le due emergenze si riferisce all´utilizzo dei pentiti come strumento cardine della lotta ai fenomeni della criminalità organizzata. Sebbene l´azione dei magistrati palermitani si distingua per l´oculatezza e l´onestà intellettuale con la quale si preoccupano di riscontrare la fondatezza delle dichiarazioni dei pentiti (AA.VV., 1991), l´attendibilità di alcuni collaboratori di giustizia desta più di una perplessità nella misura in cui le loro dichiarazioni sono spesso univoche. Rivelazioni che, per quanto oggettivamente provate, spesso sono dettate da spirito di rivalsa o di ritorsione da parte dei pentiti nei confronti dei loro avversari. Ne consegue che, attraverso questo strumento, non solo non vengono alla luce le responsabilità dei dichiaranti, ma non si fa piena luce sul fenomeno mafioso. Il risultato, come prova il caso Andreotti, è quello di un rischio di perdita di attendibilità dei dichiaranti e di attacchi strumentali nei confronti della magistratura. Infine, il trattamento privilegiato accordato ai collaboratori di giustizia, mette ancora una volta a repentaglio il principio di uguaglianza di fronte alla legge.
L´emergenza-mafia procede tuttavia incontrastata per tutti gli anni ottanta, raggiungendo il suo culmine nel 1992, all´indomani delle stragi di Capaci e via D´Amelio. Il carattere efferato dei due massacri, oltre a destare lo sdegno e l´emozione dell´opinione pubblica italiana ed internazionale, fornisce il destro all´introduzione di altri provvedimenti speciali. Sotto questo aspetto gioca un ruolo decisivo la crisi di legittimità in cui, a causa di Tangentopoli versa il sistema politico all´epoca delle stragi. Lo schema si ripete uguale: l´emergenza serve a neutralizzare le spinte sociali centrifughe, attraverso il varo di misure speciali che vanno a discapito dei diritti individuali e delle garanzie nel sistema penale. In questo caso, dopo l´invio dell´esercito in Sicilia, viene approvato l´articolo 41 bis, che introduce un regime di detenzione speciale nei confronti degli individui imputati o condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il sistema penale subisce un´ulteriore segmentazione sulla base del reato, pregiudicando ulteriormente la presunzione di innocenza (un imputato per fatti di mafia viene di fatto già considerato un mafioso), l´uguaglianza di fronte alla legge, il dettato costituzionale in merito alla pena. Inoltre, il 41 bis scava più in profondità il solco dei regimi speciali, dal momento che ultimamente si parla di estenderlo ad altre tipologie di reato.
Come nel caso del terrorismo, l´emergenza mafia mobilita un´opinione pubblica indignata e scossa senza però affrontare la questione mafiosa nelle sue articolazioni e sfumature. Il rapporto tra criminalizzata e poteri costituiti (Santino, 2000), per esempio, rimane nell´ombra. Alla sensibilizzazione e mobilizzazione di soggetti collettivi, coscienti e organizzati, si preferiscono le campagne di moralizzazione populiste, basate su categorie ambigue come quella di "legalità". Questa, più che sul rispetto dei diritti individuali e collettivi è articolata sulla repressione sensazionalistica del fenomeno a colpi di retate, di leggi speciali, di figure carismatiche e di apparati tecnocratici slegati dal meccanismo di separazione dei poteri tipico delle democrazie occidentali. E´ il caso della cosiddetta "superprocura", che in seguito diverrà la Direzione Investigativa Antimafia (DIA). Le campagne di legge ed ordine scevre di ogni riferimento, anche formale, ai principi democratici, e la tecnocratizzazione delle politiche repressive, rappresentano l´elemento di novità apportato dall´antimafia alle emergenze. L´onda dell´emergenza mafiosa rifluisce definitivamente con l´arresto di Giovanni Brusca (1996). In eredità, oltre ad una efficacia ridotta nel contrasto del fenomeno, lascia in eredità un´ulteriore lacerazione delle garanzie nel sistema penale ed un´opinione pubblica addomesticata al populismo mediatico ed alla spettacolarizzazione del dibattito politico, pronta per il securitarismo e l´emergenza immigrazione.
5.Le nuove emergenze: migrazioni, criminalità e terrorismo
L´Italia degli anni novanta è un paese che affronta la destrutturazione degli equilibri sociali e politici delineatisi dal dopoguerra in poi. La fine della prima repubblica dopo la caduta del Muro di Berlino, la crisi del sistema produttivo seguita alla globalizzazione, si intrecciano con i fenomeni migratori. Per la prima volta nella sua storia, l´Italia si trasforma in un paese di immigrazione. Gli stranieri che si stabiliscono nel paese, già marginalizzati dalla società e dall´economia ufficiale (Dal Lago, 1999), diventano oggetto della reazione sociale nella misura in cui esercitano quella funzione-specchio (Sayad, 2002) che riflette le contraddizioni di una società. Le campagne anti-immigrati, che all´inizio sono espressione di alcune frange periferiche delle grandi città del Nord organizzate nei cosiddetti "comitati civici", trovano attenzione presso una classe politica emergente, come nel caso degli esponenti della Lega Nord, o in cerca di una nuova legittimazione (Scalia, 2005). Beneficiando anche dell´attenzione dei mezzi di informazione e comunicazione, l´immigrazione diventa la nuova emergenza italiana. Ai migranti viene attribuita la responsabilità dell´aumento della criminalità e del degrado delle aree urbane. In breve tempo, l´emergenza-immigrazione finisce per coincidere con quella della sicurezza, arrivando ad assumere una posizione centrale all´interno dell´agenda politica. La categoria della legalità passa ad essere declinata su un piano "micro", stimolando una serie di provvedimenti ad ampio raggio che vanno dalla repressione delle cosiddette inciviltà urbane fino alla repressione dell´immigrazione clandestina, in quel contesto di "zero tolleranza" descritto da alcuni autori nazionali ed internazionali (Wacquant, 2000; De Giorgi, 2000).
Dai provvedimenti apertamente xenofobi dei sindaci leghisti, si giunge ad una sensibile impennata della presenza straniera all´interno delle carceri italiane. Nel 2003, i detenuti non italiani ammontavano ad un terzo dei detenuti (Mosconi-Sarzotti, cit.). Privi di ogni riferimento familiare o amicale sul territorio, precari sul piano lavorativo e residenziali, spesso senza status legale, i migranti detenuti non hanno molti margini di reinserimento nella società. Di conseguenza, alla fine della pena, riprendono quel percorso di marginalità che li risospinge all´interno del sistema penale, secondo una traiettoria che alcuni autori (Ruggiero, 2005), definiscono di auto-vittimizzazione.
Sull´onda dell´emergenza-immigrati, si produce l´ultima deroga all´uguaglianza dei diritti del sistema penale. Il governo di centro-sinistra, con la legge numero 30 del 1998, più nota come "Turco-Napolitano" dai nomi degli estensori, istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (CPT), strutture destinate ad ospitare i migranti privi dello status legale per soggiornare in Italia ed in attesa di essere espulsi. L´esistenza dei CPT, tuttora fortemente contestata da vari settori della società civile, stride fortemente coi diritti nel sistema penale in vari modi: nel punire con la reclusione un reato amministrativo come quello di immigrazione clandestina, nell´impedire ai migranti reclusi di esercitare i loro diritti, nelle modalità di gestione, non assoggettabili ad alcun controllo democratico (gli stessi parlamentari non possono accedervi automaticamente…), negli abusi che vengono commessi nei confronti delle persone ivi recluse, più volte documentate. I CPT si pongono allo stesso tempo come spazio di negazione del diritto ed esperimento di privatizzazione della gestione della sfera penale, a totale discapito di ogni garanzia o possibilità di inserimento nella società delle persone che vi sono detenute.
Ai CPT fanno da contorno altri provvedimenti che intercettano lo spirito securitario, trasformando la criminalità in problema di legge ed ordine e affidandone la risoluzione ad apparati e legislazioni marcatamente repressive. Gli esempi più calzanti di questa tendenza sono il cosiddetto "pacchetto sicurezza" istituito dall´ultimo governo di centro-sinistra alla vigilia delle elezioni, e la creazione dei cosiddetti Gruppi Operativi Mobili (GOM), corpi speciali preposti ad operare all´interno delle carceri, che si sono però messi in luce per il loro zelo repressivo in occasione dei fatti del G8, a Genova, nel 2001. Inoltre, a puntellare l´aura di moralità delle campagne securitarie, troviamo la questione della tossicodipendenza. Dall´entrata in vigore della legge Jervolino-Vassalli (1990) in poi, i detenuti tossicodipendenti sono cresciuti, fino ad ammontare a circa un quarto del totale. Ad una politica di riduzione del danno, o di legalizzazione controllata degli stupefacenti, si preferisce proseguire con la politica proibizionista, ignorandone la scarsa efficacia. La proposta di legge Fini, qualora approvata, introdurrebbe un´ ulteriore categoria speciale di detenuti e di strutture detentive. Uno dei suoi punti di forza, oltre quello relativo alla criminalizzazione dei consumatori di sostanze stupefacenti, è quello relativo alla creazione di strutture di recupero coatto, dove i "tossicodipendenti" sconterebbero la pena affidati alle cure e alla sorveglianza di operatori del cosiddetto "terzo settore". Un´ennesima articolazione della penalità, che perfezionerebbe la dispersione del sistema penale nel sociale paventata individuata alcuni anni addietro (Pavarini, 1996), e darebbe forza al binomio di privatizzazione e repressione. Dopo l´11 settembre, si sta cominciando a fare strada una nuova emergenza, quella del terrorismo islamico, magari da fronteggiare con una legislazione penale e strutture detentive speciali. Al peggio non c´è mai fine…
Conclusioni
Il sistema penale italiano denota problemi e carenze preoccupanti. Retto da un codice di discendenza fascista, logorato da continue deroghe ai diritti fondamentali (Neppi Modona, cit.), soggetto a torsioni e forzature funzionali al governo delle questioni sociali, allo stato attuale non sembra assicurare il rispetto delle garanzie fondamentali che dovrebbero caratterizzare l´impalcatura di uno Stato democratico. La tendenza alla continua ricerca di emergenze, attraverso le quali si rimuovono le contraddizioni sociali e si enfatizza la risposta penale, non sembra destinata ad esaurirsi. Di conseguenza, anche la restrizione dei diritti e delle garanzie appare protrarsi ed estendersi. L´aumento della popolazione detenuta, la moltiplicazione di leggi speciali e regimi di detenzione ad hoc, un impianto legislativo di carattere repressivo, la privatizzazione degli istituti di pena, conducono dritti verso la distruzione dello spazio pubblico e la criminalizzazione della socialità, con un conseguente impoverimento della politica e una restrizione degli spazi di agibilità democratica. La partita che si gioca attorno al sistema penale, riguarda la democrazia (non quella di Bush) nella sua totalità. Per questa ragione è necessaria di una mobilitazione attiva che argini derive che, come abbiamo provato a mettere in luce nel corso della nostra esposizione, sono autoritarie, tecnocratiche, neo-liberiste. Restringere gli spazi della penalità, significa crearne di nuovi per la socialità. In particolare, ci sono alcune direzioni verso le quali bisogna muoversi nell´immediato. In primo luogo, bisogna insistere per una riforma del codice penale che, secondo quanto sostengono alcuni autori (Ferrajoli, 2002), mandi in soffitta il vecchio codice Rocco, conferisca organicità al sistema penale, restringa le tipologia dei reati, abolisca la legislazione speciale. In secondo luogo, vanno abolite le sezioni speciali del 41 bis e i CPT, al fine di assicurare l´uguaglianza di trattamento a tutti i detenuti ed eliminare spazi extragiudiziali di detenzione. In questo contesto, l´istituzione di un garante dei detenuti, che vigili sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà, rappresenta un altro passo essenziale da intraprendere. Infine, ci si deve adoperare affinché il consumo degli stupefacenti venga depenalizzato e si intraprenda la strada della legalizzazione controllata e della riduzione del danno. Come si può vedere, si tratta di liberare spazi importanti della vita sociale dalla cappa ingombrante della logica repressiva, in modo da restituirli al sociale e inaugurare una nuova stagione di politiche pubbliche inclusive. C´è una nuova emergenza in Italia: quella dei diritti. Se la si affronta senza retorica, senza strumentalizzazioni e senza clamori populisti, è possibile vincerla. O si sta chiedendo troppo?
Bibliografia
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