
Liberarsi dalla necessità di questo carcere
Di Alessandro Margara
(Magistrato di sorveglianza presso il Tribunale di Firenze. E´ stato direttore del dipartimento Amministrazione Penitenziaria)
Ritorna un tema, nella lettera di Don Sandro Spriano, che è stato quello di un movimento degli anni ´80: liberarsi dalla necessità del carcere. Era una delle proposte di un momento di crescita civile e sociale, un momento di progetti, che orientavano la volontà di cambiamento. Oggi quel tema è inattuale. Ma, se è possibile esprimere un impegno, questo può essere formulato in altri termini: liberarsi dalla necessità di questo carcere. Il che coglie due punti: abbiamo un carcere per tanti aspetti inaccettabile, ma questo carcere è considerato necessario, quello che deve essere, anche se la legge lo descrive in modo opposto. La realtà di oggi è quella di un carcere da riempire e da blindare, di un carcere come fine delle risposte, come solo contenitore di custodia, dove non devono crescere le attività interne dei detenuti perché la loro inerzia è utile a semplificare il funzionamento generale, dove i detenuti non sono persone con le quali costruire una relazione, ma solo individui da tenere dentro regole strette, nonostante la assoluta inutilità della vita che gli si fa condurre, del tempo che gli si fa trascorrere, ma soprattutto perdere. Per questo carcere serve più spazio, servono più carceri, cioè. Serve, già per questi carceri, più personale che assicuri la custodia e l´ordine. Ancora una volta, il solo reclutamento immediato, nell´anno trascorso, è stato quello del personale di polizia penitenziaria (da tempo largamente il più numeroso in Europa, anche in confronto a paesi che hanno più detenuti di noi), rimandando a tempi migliori quello del personale educativo e riabilitativo (che è, ovviamente, il meno numeroso d´Europa). E il piano del Ministro Fassino prevedeva risorse economiche per nuove costruzioni (anche se poi, nel concreto, si parlava di progetti da tempo maturi) e sembra questa una delle poche certezze del nuovo direttore generale delle carceri, in una intervista, comprensibilmente generica, di questi giorni ad un settimanale. Se è vero che siamo arrivati a 57.000 detenuti, in due anni si è avuto un aumento di almeno 8.000-9.000 unità, dopo un periodo di alcuni anni in cui si era rimasti a quota 48-49.000.
Questo carcere è necessario e sono chiari i perché di questa necessità. Sono racchiusi nella parola: sicurezza. Il diritto alla sicurezza è l´unica indicazione evidente nelle bandiere delle forze politiche che non hanno più o non hanno mai avuto bandiere (ora ci sono manifesti e spot). Se la bandiera è stato un segno di identità, di volontà di cambiare e, in qualche modo, di speranza, l´invocazione del diritto alla sicurezza è solo un segno di ripiegamento e di difesa, difesa e chiusura nel proprio confine, fine della partecipazione sociale, fine della volontà di progettare la riduzione dei rischi sociali per tutti. C´è solo una idea di sicurezza negativa, perché si è abbandonata quella positiva dei progetti sociali per rendere vivibili i quartieri e le città, intervenendo a favore delle aree e delle persone a rischio. Oggi ci si arrende a quella invivibilità e l´unico intervento possibile è quello di cacciare via le persone a rischio: l´area della emarginazione, una buona parte della quale riempirà la galera.
E qui, la consegna della sicurezza è pronta, con la legittimazione che è data dalla invocazione della sicurezza all´esterno. Tenerli chiusi, i detenuti; nessuna relazione e tanto meno confidenza. Voglia di inasprimenti, la tentazione della intimidazione e della violenza. Il consolidarsi di una ideologia secondo la quale solo questo paga e che non c´è, non ci deve essere spazio per altro. Ecco dunque, la necessità di questo carcere: questo carcere fatto soprattutto per l´area della emarginazione mentre, in questi giorni, i nuovi padroni del vapore costruiscono il sistema della loro impunità per i reati commessi: con precisione e senza vergogna. La necessità di questo carcere ignora ed è da molto tempo indifferente alla legge, che vuole, invece, un carcere tutto diverso, scritto prima nella Costituzione e poi in quell´Ordinamento penitenziario, approvato 26 anni fa e lasciato sempre come progetto per tempi migliori. Badate bene: so che ci sono molte realtà penitenziarie che lottano per difendere ed attuare quel progetto, ma lo fanno con fatica, con una sorta di benevola tolleranza: purchè non si verifichino inconvenienti. Ma la regola è un´altra: quella del carcere "necessario" che ho descritto. È possibile, invece, che la regola sia quella che stabilisce la legge? O meglio: non è doveroso che la regola sia quella della legge? Non è possibile e doveroso dare più spazio alle misure alternative al carcere e quindi contenere la crescita del numero dei detenuti o determinarne la riduzione? Sono in questo senso, d´altronde, tutti i documenti approvati in sede internazionale, che non ratificano affatto la crescita del carcere, determinata dalla ossessione della sicurezza in molti paesi d´Europa (ad imitazione degli Stati Uniti, comunque imbattibili). Certo, molto è necessario perché questo effetto, dell´ampliamento delle misure alternative, si produca: che il sistema organizzativo penitenziario prepari e segua la esecuzione penale esterna, che le strutture della solidarietà sociale allarghino e consolidino le loro risorse di inserimento per coloro che ne sono privi, che i magistrati di sorveglianza avvertano come loro funzione, non quella della difesa sociale, ma quella della promozione e della gestione della alternativa al carcere, come strumento che produce anche difesa sociale.
E, dentro il carcere, si devono volere e favorire in ogni modo gli effetti della nuova normativa sul lavoro e sulle altre attività trattamentali. Nuova normativa rappresentata dalla legge Smuraglia e dal nuovo regolamento di esecuzione all´Ordinamento penitenziario, che vogliono cancellare, per i detenuti, l´inerzia e il tempo perduto. Molto è pure necessario per muoversi in questa direzione. Anche qui, sul piano organizzativo, della acquisizione del personale rieducativo e riabilitativo, nonchè della partecipazione del mondo esterno (e, in particolare, ancora, dell´area della cooperazione sociale, evocata più volte nel nuovo regolamento di esecuzione) a utilizzare i possibili spazi di lavoro all´interno, per la cui gestione sono date notevoli agevolazioni sul piano economico. Ma, anche per questo, occorre non farsi condizionare dalla ossessione della sicurezza, che fa rischiare il congelamento di ogni iniziativa.
Il carcere e, più ampiamente, l´esecuzione penale sono un terreno di scontro duro, sul quale si riapre uno spazio per la politica nel suo senso migliore. La strada da percorrere è chiara, anche se difficile, ed è quella che sia in grado, lo si ripete, di liberarci dalla necessità di questo carcere, reale e non conforme alla legge.