
03/03/2011 - Tensione al Cie di Torino. Tunisini: non potete rinchiuderci
Redattore Sociale, 3 marzo 2011
Visita al centro espulsioni piemontese. Domenica scorsa l’incendio che ha reso inagibili 30 posti, poi lo sciopero della fame, che oggi entra nel suo terzo giorno. Anche un minorenne tra i reclusi.
Tensione alle stelle al Cie di Torino. Anche qui come a Gradisca e a Modena, protestano i tunisini trasferiti da Lampedusa. Sono 104 su un totale di 144 trattenuti, di cui 70 arrivati direttamente dall’isola siciliana.
Dall’Italia non chiedono documenti, ma soltanto un foglio di via per continuare il loro viaggio verso la Francia, dove la maggior parte di loro ha dei parenti pronti a ospitarli e a farsi carico di loro. Alla base delle proteste c’è la mancanza di chiarezza sul loro futuro. Mentre infatti la maggior parte dei seimila tunisini sbarcati in Sicilia sono oggi liberi, accolti nei centri per richiedenti asilo oppure in viaggio per la Francia, a loro è toccato in sorte il trattenimento nei cie, dove si prospettano sei mesi di detenzione e il rischio del rimpatrio forzato.
Contro questa evenienza, domenica scorsa, il 27 febbraio, un gruppo di loro ha appiccato il fuoco nell’area gialla, incendiando materassi e lenzuola dentro le camerate. Per spegnere le fiamme sono dovuti intervenire i vigili del fuoco, dopodiché l’intera area è stata dichiarata inagibile e chiusa in attesa dei lavori di ristrutturazione, costringendo le autorità a fare a meno dei 30 posti della sezione. E adesso è la volta dello sciopero della fame. Hanno iniziato a rifiutare il cibo due giorni fa e oggi entrano nel terzo giorno di sciopero. Sono una trentina di tunisini, quasi tutti di Zarzis, della sezione verde.
Dicono che continueranno lo sciopero fino alla loro liberazione. Salvo rare eccezioni, per tutti loro è la prima volta che si trovano in carcere. Sono tutti ragazzi della costa tra Zarzis, Gabes e Ben Guerdane. Ex camerieri negli alberghi dei turisti, meccanici ed elettricisti. Lavoratori partiti per guadagnarsi un futuro appoggiandosi alla comunità della diaspora delle proprie città tra Parigi e Lione. E non riescono ad accettare l’idea di essere detenuti.
“Non siamo dei cani, cos’è questa gabbia, non siamo dei pitbull! Siamo uomini, abbiamo un onore, una dignità, non potete rinchiuderci in questa prigione per sei mesi. Anche in Tunisia stanno arrivando migliaia di stranieri dalla Libia, ma non li abbiamo arrestati! Ridateci la libertà“. Tra di loro c’è anche un minorenne. Si chiama Basam e dice di essere nato il 31 luglio del 1994. Tra qualche mese compirà 17 anni. Per legge non può essere trattenuto in un centro di identificazione e espulsione.
Il problema è che fino ad oggi non lo aveva dichiarato a nessuno. Dice che aveva paura che lo portassero via da solo, si sentiva più sicuro con gli amici della sua città. Ma se l’alternativa è rimanere detenuto per sei mesi, ha cambiato idea. Il problema è che non ha documenti di identità, e non li ha per lui neanche il fratello che vive a Milano, sposato con una donna con la cittadinanza italiana. E allora adesso non gli rimane che la radiografia del polso, usata nei casi dubbi come questo per stabilire l’età di una persona, per capire quale sarà il suo destino.