
07/09/2010 - Il “manicomio criminale” non è un luogo di cura
Ristretti Orizzonti, 7 settembre 2010
Le ispezioni che la commissione di indagine presieduta dal sen. Ignazio Marino ha effettuato presso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari pongono ancora una volta al centro dell’attenzione la grave condizione in cui si vengono a trovare in Italia, esclusi tra gli esclusi, i pazienti psichiatrici che hanno commesso un reato. A più di 30 anni dalla promulgazione della legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, legge 180, all’inizio del terzo millennio la risposta ai bisogni di queste persone resta il nudo orrore dell’Opg.
Purtroppo questa legge non riguardò gli Opg perché al fine del loro superamento doveva essere rivisto il codice penale nella materia dell’imputabilità e del vizio di mente. Il clima ottimistico degli anni settanta ci faceva illudere che a ciò si sarebbe giunti in breve! Gli Opg infatti scontano l’ambiguità - non solo semantica - di essere istituzioni deputate alla “ cura “ ed alla “ sorveglianza” delle persone che ospitano.
Dunque sempre più gli Opg ci appaiono come scorie del passato, perché scontano le contraddizioni di un ordinamento penitenziario che, nato per evitare che persone sofferenti fossero recluse in carcere, pensò che gli Opg potessero rappresentare un luogo di cura e di riabilitazione. Queste contraddizioni permettono che una persona con disturbi mentali possa essere internato in Opg anche a causa di reati minori e restarvi per un tempo ben più lungo di un “normale” detenuto, perché troppo spesso gli Opg diventano il palcoscenico su cui si rappresenta l’abbandono dei Servizi psichiatrici delle Asl.
Ma non è pensabile che la sopravvivenza in Italia di 6 Opg, che ospitano un migliaio di persone, sia genericamente dovuta alla necessità di dover sopperire alle carenze dei servizi territoriali di salute mentale, perché questo fornirebbe l’alibi alla nostra coscienza di uomini e di psichiatri che queste istituzioni totali, che sommano il peggio del carcere e del manicomio, costituirebbero il male minore, perché in una qualche misura rappresenterebbero l’unica possibilità di cura e di assistenza per l’umanità dolente che li abita.
Ed a nulla vale il tentativo di psichiatri illuminati di provare a rendere gli Opg dei veri ospedali, perché non si tratta solo di una questione di risorse, anche se è indispensabile che esse siano sufficienti a dare un’assistenza decorosa, degna di una Nazione civile. Niente può apparirci più falsamente ipocrita: l’Opg è un universo da decostruire. Dunque va denunciato con forza l’antiterapeuticità degli Opg, che scoppiano perché sovraffollati, anche a ragione del fatto che le possibilità offerte l’ordinamento penitenziario sulle pene alternative al carcere non sempre sono tenute nel giusto conto anche dove le strutture della salute mentale sono decorose.
Certo la loro chiusura ripropone la questione della modifica radicale del codice penale per quello che riguarda il concetto di imputabilità, ma di sicuro è possibile pensare da subito a forme alternative di assistenza. Perché laddove i servizi di salute mentale assolvono al loro compito, si vanno sempre più consolidando esperienze di ri-presa in carico degli utenti di competenza territoriale che hanno terminato il periodo di internamento, anche grazie all’attivazione di progetti di integrazione socio - sanitaria individuali, e praticamente azzerati sono gli invii in Opg di detenuti con problematiche psichiatriche dalle carceri ordinarie.
Dott. Giuseppe Ortano
Psichiatra Asl Caserta
Comitato Direttivo Nazionale Psichiatria Democratica