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Niente soldi e tre per cella Dozza, strada senza uscita

Viaggio nel carcere più sovraffollato d'Italia, dove rieducare è un miraggio.

10/08/2010 - Niente soldi e tre per cella
Dozza, strada senza uscita

Viaggio nel carcere più sovraffollato d´Italia, dove rieducare è un miraggio. Guardie ai minimi termini: nelle fasi critiche ognuna vigila su 150 detenuti


Corriere di Bologna 10/08/2010

Amelia Esposito
 
Nove agosto 2010: 1.121 detenuti, di cui quasi 800 nel reparto giudiziario, dove viene rinchiuso chi è in attesa di giudizio definitivo o in custodia cautelare. Varcato il confine del carcere più affollato d’Italia, lasciandosi alle spalle l’alto muro che lo separa dal resto del mondo, si intuisce subito quale sia questo reparto. Basta osservare le finestre — alle sbarre è appesa ogni sorta di cosa e tende improvvisate con giornali o asciugamani proteggono le celle dal sole estivo — e poi guardare in basso, sotto le finestre, dove cumuli di cartacce e altri scarti lanciati dall’alto, che altrove non si vedono, ci raccontano come lassù ci siano tante, troppe persone.

Visitiamo la Dozza dopo aver scritto a lungo del sovraffollamento di un carcere che, in teoria, dovrebbe ospitare 482 persone. Oggi i numeri dell’emergenza sono leggermente inferiori a quelli dei mesi scorsi, quando si raggiunse il picco drammatico di 1200 detenuti, ma in quel girone dantesco che è il reparto giudiziario sono ancora tre per cella. Tre esseri umani in dieci metri quadri, bagno compreso.

Incontriamo Palma Mercurio, una delle tre vicedirettrici di un carcere la cui complessa gestione è da ormai otto anni affidata a un vertice tutto femminile. Incontriamo il comandante della polizia penitenziaria, Roberto Di Caterino, e la coordinatrice degli educatori, Maria Di Palma. Assieme a loro cerchiamo di capire come può vivere un detenuto alla Dozza, consapevoli che cercheranno di darci una versione edulcorata della realtà. Ci mostrano infatti i laboratori, la cappella dipinta a mano dai detenuti, gli stencil lungo i muri della sezione femminile e i giochi delle ludoteche. Entriamo nel settore penale per vedere da vicino come vivono i detenuti con il fine pena più lungo. Attraversiamo la cosiddetta «porta girevole», ossia il corridoio che collega il settore penale a quello giudiziario.

Quest’ultimo, il peggiore, il più fatiscente, il più affollato è off limits. È al collasso. Qui ci sono detenuti che entrano ed escono in continuazione: il 4% ci rimane meno di 4 giorni, il 20% meno di un anno. Sappiamo già che il sovraffollamento comporta rischi igienico-sanitari. Scopriremo che a risentirne è la quotidianità tutta. Capiremo che un carcere sovraffollato, e sempre più a corto di fondi statali, non può garantire l’applicazione del principio della finalità rieducativa della pena, nonostante gli sforzi di chi ci lavora. Diritti sacrosanti come i colloqui con i propri cari e le telefonate a casa, alla Dozza, non sono scontati. I colloqui sono più rari perché l’amministrazione deve far fronte al triplo delle normali richieste.

Anche la ludoteca maschile, inaugurata con orgoglio l’anno scorso, è un lusso perché può ospitare solo tre nuclei familiari per volta. Alla sera il centralino è intasato, le linee telefoniche sono appena due e il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) ha appena rigettato la richiesta dell’installazione di una terza linea. La ragione sempre la stessa: non ci sono soldi. Un refrain che, puntuale, ripetono ogni anno anche dal Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria) a proposito dei posti di lavoro. La Dozza ha l’autorizzazione per 179 posti, ma quest’anno a lavorare sono solo 111. Fra i cosiddetti «generici» (coloro che non hanno specializzazioni e, dunque, svolgono mansioni semplici come la pulizia delle aree comuni) c’è chi lavora appena una volta ogni tre mesi, non riuscendo a guadagnare neppure i soldi per una telefonata.

Di detenuti che non hanno un euro, né parenti che li aiutino, ce ne sono tantissimi. È il caso degli extracomunitari: il 65% del totale. I 7 posti da bibliotecai, tanti quante sono le biblioteche, una volta erano retribuiti ora sono affidati al volontariato dei detenuti. Esperienze preziose come la tipografia rischiano di finire perché le commesse diminuiscono. Oggi, in tipografia, c’è solo Giulio, 38 anni: sta stampando da solo la carta intestata per il Comune di Modena. La sua speranza è che altre pubbliche amministrazioni si rivolgano alla Dozza. Altra nota dolente è l’istruzione. Anche la Dozza (che fa parte del decimo istituto comprensivo) ha subito i tagli alla scuola. Eppure la domanda di istruzione è in forte crescita.

Se i detenuti sono troppi, le guardie sono poche, 380 invece delle 567 previste. Ci sono giorni in cui in trenta, quaranta sono assegnate a servizi esterni, come gli accompagnamenti in tribunale e i piantonamenti in ospedale. Nei momenti più critici è capitato che una sola guardia badasse a due sezioni, ovvero 150 detenuti, con evidenti rischi per la sicurezza. L’amministrazione ce la mette tutta e ha più volte denunciato pubblicamente la mancanza di soldi da Roma. Nei mesi scorsi, la direttrice Ione Toccafondi è arrivata a chiedere alla città delle brandine da campeggio per evitare che i detenuti dormissero a terra. Ma da Roma arrivano solo dei rifiuti a cui ora si è aggiunto anche il rifiuto bolognese del commissario Cancellieri di prorogare il mandato della garante Desi Bruno, il cui lavoro è da tutti apprezzato alla Dozza. In un contesto simile a dare sollievo c’è il lavoro prezioso degli oltre 100 volontari che ogni giorno entrano alla Dozza. Ma la collaborazione dell’esterno non è ancora sufficiente. Un esempio per tutti: il detenuto più anziano ha 70 anni ed è ricoverato in infermeria perché molto malato. Non dovrebbe stare lì, ma non c’è nessuna struttura, fuori, che intenda farsene carico. Anche per questo c’è un costo...