
08/02/2011 - I desaparecidos del sistema carcerario italiano
Live Sicilia, 7 febbraio 2011
Carmelo Castro aveva 19 anni quando è morto nel carcere catanese di Piazza Lanza, il 28 marzo del 2009, a distanza di 4 giorni dal suo arresto per una rapina in una tabaccheria. Ma la madre del ragazzo, Graziella La Venia, al suicidio per “asfissia da impiccamento” non ha mai creduto. La donna ieri ha incontrato i giornalisti insieme al suo avvocato e al presidente dell’Associazione Antigone.
Colpiscono come un pugno allo stomaco le fotografie, quasi sempre uguali, di questi ragazzi morti in carcere, i segni del pestaggio sul corpo. Massacrati in qualche cella, chissà dove, in luoghi dove lo Stato garantisce per la loro vita. Cosa dovrebbe essere più sicuro di una prigione, di una cella di sicurezza? Cominciano a essere tanti, troppi, perché questa scia di sangue sia da considerare una disgrazia, un fatto accidentale. In carcere si muore e sono i più deboli, i più giovani, gli incensurati a soccombere.
Carmelo Castro aveva 19 anni era incensurato. Accusato di aver fatto il palo in una rapina a una tabaccheria. Graziella è una delle tanti madri che è morta con suo figlio, la sua vita dedicata a cercare il motivo, come se ci fosse un motivo. Queste madri, e ne ho ascoltate molte, hanno lo stesso sguardo, la stessa determinazione delle Madri di Plaza de Mayo. Non si arresteranno di fronte a nulla. Per loro l’orologio si è fermato con la scomparsa dei loro figli. La pena di morte in Italia esiste anche se è stata abolita. Il Parlamento se ne deve occupare al più presto per introdurre delle misure che garantiscano la vita e l’incolumità dei detenuti nelle nostre prigioni.
Racconta Graziella La Venia, mamma di Carmelo Castro: “Sono la mamma di Carmelo Castro, mi chiamo La Venia Graziella e vorrei raccontare la storia di mio figlio, voglio sapere cosa gli è successo perché in quattro giorni sono venuti a prenderlo a casa, se lo sono portati e non me l’hanno restituito più! Il 24 marzo sono venuti i Carabinieri a prenderlo a casa, se lo sono portati nella caserma, nel pomeriggio mi hanno detto: “Signora stia tranquilla, suo figlio ha fatto una ragazzata, tra un po’ ritorna a casa” mi mandano a casa, poi arriva una telefonata dove mi dicono: “Carmelo non ha voluto collaborare, si trova qui a Piazza Lanza”, è stato accusato come palo di una rapina di una tabaccheria, mio figlio si vede nella tabaccheria che entra, compra le sigarette, prende il resto e se ne va.
Il 26 vado a Piazza Lanza per vedere mio figlio, per portargli la biancheria e non me lo fanno vedere, mi dicono che è in isolamento. Il 28, verso le 15 mi arriva una telefonata da Piazza Lanza dove mi dicono: “Carmelo ha tentato il suicidio, si trova in ospedale”. Corro in ospedale e mi dicono che Carmelo non c’era, si trovava in un altro ospedale e mi dicono di attendere che dovevano telefonare per vedere dove era. Invece poi al pronto soccorso si trovava una persona che forse ha visto e ha sentito e ha detto a mio marito, se cercate quel ragazzo l’hanno portato dal carcere, è in casa mortuaria, così ho saputo che mio figlio era morto.
E io chiedo di sapere cosa è successo veramente a mio figlio, quello si trovava per conto suo al pronto soccorso, non so se era qualcuno di loro, non so perché non conoscendo nessuno sono entrata in ospedale, ho chiesto “È stato portato mio figlio, dove si trova?” quella delle informazioni mi dice “Signora qui non c’è nessun Castro Carmelo, forse si trova in un altro ospedale, attenda un attimo che faccio una telefonata” e io dico “Mi hanno detto che si trova qui”, allora forse quella persona ha sentito e di fianco dice a mio marito, se è quel ragazzo che hanno portato dal carcere pochi minuti fa, è nella casa mortuaria, poi non ho capito più niente, poi siamo corsi nella casa mortuaria dove non ce lo volevano far vedere, poi… non lo conosco, non lo so chi è.
Non ci sono registrazioni in cui dicono loro che si è impiccato con un lenzuolo, il lenzuolo non si trova, la cella non è stata perquisita, sequestrata, buio totale c’è, silenzio! Il letto più basso di lui, come fa un ragazzo di 1,75 metri a impiccarsi da un letto di 1,70? E l’avvocato della famiglia Castro osserva: “Come può una persona che muore impiccandosi presentare delle ipostasi, cioè addensamenti di sangue alla schiena, e non agli arti inferiori? E ancora come può chi sta per suicidarsi consumare un pasto abbondante come risulta dall’autopsia e tra l’altro in un contesto in cui non si capisce quando sia stato distribuito il vitto ai detenuti? Perché un detenuto suicida viene trasportato in ospedale a bordo di un’auto di servizio e non in ambulanza?”